L’Amico Putin. L’invenzione della dittatura democratica. (Capitolo Primo)

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Francesca Mereu

 

 

L’amico Putin

L’invenzione della dittatura democratica

Prefazione di Paolo Guzzanti

 

Aliberti editore

 

 

Prefazione

 

Dalla Lubyanka al Cremlino:l’inviato speciale del Kgb

A differenza di Francesca Mereu – che ha lavorato e vissuto in Russia per molti anni e dispone di informazioni di prima mano – quando io fui eletto presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin nel giugno del 2002, pur dovendo indagare su una storia di spionaggio sovietica, di Russia e di russi sapevo soltanto quel che si impara dai giornali e dalla televisione, cioè pochissimo. L’ultimo ricordo che avevo di Mosca risaliva a un viaggio nell’estate del 1991, pochi giorni prima del colpo di Stato del Kgb contro Gorbachev, colpo che poi rientrò misteriosamente, lasciando però l’uomo della Perestroika politicamente distrutto. Ricordo di aver visto in quell’occasione una scena molto simile a quelle che avevo visto nella Santiago del generale Pinochet: cittadini terrorizzati e in fuga davanti alla brutale arroganza degli uomini della polizia segreta. Capii allora che le grandi riforme democratiche erano di pura facciata: la polizia segreta dominava la società civile e non era soltanto un servizio di spionaggio,ma un’istituzione invasiva e totalitaria, nel senso che occupava (e tuttora occupa, come spiega e analizza meticolosamente la Mereu) tutti i gangli dell’economia,della sicurezza, della vita civile. La Mosca che io ricordo era ancora quella in cui i tassisti abusivi stivavano sotto il sedile una dozzina di litri di vodka fatta in casa, bottiglie di Coca Cola e materiale pornografico artigianale da offrire agli stranieri. Non era ancora la Mosca rutilante dei nostri giorni, ma qualche segnale di modernità c’era:grandi mongolfiere pubblicitarie di un brillante color indaco con la firma di Pierre Cardin occupavano il cielo sopra la piazza Rossa con il Mausoleo di Lenin, sovrastando anche la lunga fila dei turisti in attesa, mentre giovani soldati appena adolescenti marciavano a un lento passo dell’oca, scandito dal ritmo di un grande orologio. Era ancora una Mosca sovietica, e blandamente comunista,ma il Kgb aveva già acquistato il controllo di tutti quegli snodi che prima erano gelosamente amministrati dal Partito comunista, che aveva sempre sbarrato il passo alle pulsioni di dominio della polizia segreta. Almeno fino a Yuri Andropov, il grande e spietato boss della Lubyanka di cui gli occidentali, nella loro bizzarria, si innamorarono perché fu sparsa la voce che il capo della polizia segreta parlava un inglese fluente e gradiva un buon bicchiere di scotch più della vodka. Era stato del resto proprio Andropov a selezionare il giovane Gorbachev per la sua successione a segretario generale del Pcus, ma la malattia che lo portò a una morte precoce gli impedì di sbarrare la strada all’ultima polverosa cariatide del comunismo sovietico, cioè a Konstantin Cernienko. Soltanto quando,il 10 marzo 1985, Cernienko morì, “il giovane Gorbachev”(come tutti lo chiamavano) poté diventare finalmente segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica, carica che equivaleva a quella di presidente. Dunque, nel 2002, quando Vladimir Putin era ancora considerato da noi occidentali un astro nascente, misterioso ma in fondo interessante (la sua figura, anche fisica,rompeva i cliché), cominciai a presiedere per il parlamento della Repubblica italiana una Commissione bicamerale d’inchiesta composta da venti senatori e venti deputati. Compito della Commissione era quello di indagare su vicende che a quell’epoca erano considerate già vecchie e fuori moda: spie sovietiche, comunisti che venivano dal freddo, ciarpame per vecchi romanzi di John Le Carré. Ma avevamo torto: avremmo tutti imparato molto presto, con amarissima sorpresa, che la nuova Russia di Putin non aveva più nulla a che fare con la Russia di Yeltsin, caotica ma promettente, sanguinaria ma fantasiosa, con i suoi teatri,la sua letteratura, la follia, l’alcol, il mitra come nella Chicago degli anni Venti. La nuova Russia di Putin («il nostro caro Vladimir» come lo chiama Silvio Berlusconi) era tornata in sintonia con la vecchia Unione Sovietica:Putin avrebbe infatti riabilitato il Kgb, avrebbe elogiato Stalin come grande condottiero e patriota, rimpiangendo e rivendicando per la nuova Russia il ruolo di grande potenza perduto con il crollo dell’Urss, ricreando anche un imprevisto clima da guerra fredda imbevuto del più sciatto antiamericanismo e antioccidentalismo. Con una particolare avversione per il Regno Unito e gli inglesi che,dai tempi dei “Quattro di Cambridge”, erano sempre stati l’ossessione degli uomini della Lubyanka. In Italia non si videro le notizie che pubblicavano i giornali inglesi, ma quando il governo di Tony Blair si rese conto che un cittadino britannico – il patriota russo Aleksander Litvinenko,naturalizzato inglese poche ore prima della sua morte –era stato assassinato su suolo britannico con un ordigno nucleare importato da uno Stato estero, si determinò una tensione violentissima con gravi risvolti anche militari fra Londra e Mosca: Putin, irritato per la richiesta di estradizione del presunto sicario di Litvinenko, Andrei Lugovoi,fece levare in volo i vecchi e arrugginiti bombardieri nucleari Tupolev (che Gorbachev aveva tenuto chiusi per anni negli hangar militari) e li portò al limite dei cieli inglesi. E Tony Blair, furioso e indignato, fece a sua volta decollare i caccia britannici più moderni per contendere lo spazio aereo ai russi. Di tutto ciò in Italia non si seppe nulla, o quasi, benché i media britannici titolassero a tutta pagina. Dunque imparammo con ritardo che questo aitante tecnocrate dall’aria spavalda che faceva impazzire le donne russe non era fatto della stessa stoffa occidentalizzante di Yeltsin e meno ancora di quella dell’invecchiato Gorbachev, ma di un’altra stoffa antica e rimasterizzata, se così si può dire, e cioè quella del Kgb. Nella mia esperienza personale capii con chi avevamo a che fare quando la Commissione Mitrokhin chiese al governo russo di poter svolgere una rogatoria giudiziaria a Mosca per esaminare gli archivi del passato regime e controllare una buona volta che cosa ci fosse di vero e di falso nella lunga lista di nomi di spie che l’ex archivista del Kgb, Vasilij Mitrokhin, aveva portato in Inghilterra dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Furono svolte tutte le pratiche burocratiche, con la partecipazione del nostro Ministero degli Esteri, per ottenere la collaborazione del Ministero della Giustizia russo, ma gli uffici del parlamento italiano attesero a lungo prima di avere una risposta da Mosca, con Putin al potere e già considerato dal premier italiano Berlusconi un carissimo amico. La risposta che finalmente arrivò, ricordo a memoria, era non soltanto negativa, ma minacciosa: si negava a una delegazione parlamentare italiana di recarsi a Mosca per indagare sulle ex spie sovietiche ai tempi dell’Urss (con cui l’attuale Russia non ha più nulla a che fare neanche dal punto di vista geografico)ma si aggiungeva aggressivamente che la sola ipotesi di accogliere la nostra richiesta sarebbe equivalsa a unatto potenzialmente distruttivo nei confronti della nazione russa. Rimanemmo stupiti, anche perché io avevo fatto precedere la mia richiesta da una lettera personale rispettosissima e persino amichevole a Putin, redatta in italiano e in russo dallo storico e consulente della Commissione,purtroppo scomparso, Valerio Riva. Io stesso avevo affidato personalmente quel documento a Berlusconi prima di un suo incontro con Putin a Villa Certosa. Capimmo dunque che era cambiato il vento: nella Mosca di oggi non si volevano inchieste sul passato del Kgb. E anzi, per renderci il messaggio ancora più chiaro,assistemmo a una lunga e violenta serie di attacchi da parte della stampa governativa, che definiva la Commissione parlamentare italiana uno strumento provocatorio e antirusso. Fu allora che decisi di servirmi di un informatore che potesse darmi notizie su quel che bolliva in pentola contro di noi in Russia e mi rivolsi all’ex tenente colonnello Aleksander Litvinenko che viveva a Londra dal novembre del 2000, protetto dal già grande amico e poi arcinemico di Putin Boris Berezovsky, il più importante degli oligarchi dell’epoca di Yeltsin, che Francesca Mereu in questo libro intervista a lungo insieme a protagonisti e uomini della strada della Russia odierna. Litvinenko, che era uno delle migliaia di esuli russi a Londra, da loro chiamata la “Mosca del Tamigi”, fu assassinato in un modo complicatissimo, estremamente crudele e tale da rendere praticamente irraggiungibili le prove dell’omicidio,almeno nelle intenzioni degli assassini. Ma quella precauzione non funzionò e la prova dell’omicidio fu trovata. Si deve infatti alla competenza e alla caparbietà di Scotland Yard, che si rivolse in extremis ai laboratori militari inglesi, se l’isotopo radioattivo polonio-210 fu trovatoe la macchinazione scoperta. Un omicidio unico nella storia del crimine, preparato con oltre un anno di anticipo,che pone per questa sua complessità dispendiosa la domanda regina: perché fu ucciso Litvinenko?Io ho la mia tesi ed è che Sasha, come tutti lo chiamavano,fu ucciso proprio per la sua collaborazione clandestina con la Commissione Mitrokhin. E che l’ordine venne dall’alto, come del resto confermò in punto di morte lo stesso Litvinenko lasciando una durissima lettera di accusa contro Putin: nel luglio del 2006, vale a dire soltanto tre mesi prima che partisse l’ordine di avvelenare Litvinenko, Putin aveva fatto approvare in fretta e furia dalla Duma una legge che autorizzava senza formalità l’omicidio all’estero – usando apposite squadre di assassini specializzati – di chiunque e in qualsiasi modo costituisse una minaccia per lo Stato russo. Naturalmente la prova definitiva di questa tesi non l’avremo mai, ma sfido chiunque a trovare un movente proporzionato allo sforzo organizzativo messo in campo per liquidare Sasha Litvinenko, un movente che regga il confronto con il pericolo che egli rappresentava come potenziale fonte degli elenchi di agenti che avevano lavorato prima per l’Unione Sovietica e poi per la Russia. Le pagine di Francesca Mereu hanno il pregio di far immaginare al lettore il contesto russo. La storia Vladimir Putin, infatti, si inquadra in un filone storico preciso: quello dell’eterno conflitto fra polizia segreta e partito dittatoriale, comune a tutti i Paesi che hanno conosciuto sia la dittatura sia la polizia segreta, suo braccio armato. Inevitabilmente, chi ha il potere delle armi tende a congiurare ed eliminare chi ha il potere politico. Ed è questo il motivo per cui il potere politico comunista ai tempi dell’Unione Sovietica usava procedere a periodiche purghe sicché la maggior parte dei capi della Cekà è finita davanti al plotone d’esecuzione. Tuttavia, man mano che il potere del partito si imbastardiva e si corrompeva,quello della polizia segreta si esaltava e si perfezionava. Questo il contesto originale da cui scaturisce in modo inizialmente discreto la figura e il ruolo di Putin. Secondo l’attenta e per così dire “micidiale” ricostruzione della Mereu, l’insediamento di Vladimir Putin al potere assoluto(benché truccato formalmente da sembianze democratiche)è avvenuto seguendo un filone che risale ai tempi di Andropov e si è sviluppato successivamente attraverso Gorbachev e poi, esaurita l’eccezione di Boris Yeltsin, con Putin: l’uomo venuto dal nulla e di cui nessuno sapeva nulla finché non fu assunto da Yeltsin come direttore del Fsb (ultima versione del vecchio Kgb) su raccomandazione dell’attuale arcinemico Boris Berezovsky e, paradossalmente,dello stesso tenente colonnello Litvinenko. Da dove veniva dunque Vladimir Putin? Da dove spuntava questo pallido ex tenente colonnello che aveva passato una vita a Dresda, nella Germania orientale comunista,come ufficiale di collegamento fra la Stasi e il Kgb? Chi era questo atleta magro e nervoso che sapeva passare da un campo d’aviazione a una pista di sci, sparare a colpo singolo o a raffica, esprimersi in un tedesco fluente? Quest’uomo cresciuto nel campo-scuola della polizia segreta che ai tempi di Lenin si chiamava Cekà?Nessuno sapeva spiegare in modo convincente perché uno sconosciuto tenente colonnello avesse raggiunto, dopo la direzione del servizio segreto, l’alta carica di primo ministro di Yeltsin e poi di suo successore al Cremlino (in base alla Costituzione russa, infatti, il presidente assume a sua discrezione i primi ministri).Il libro di Francesca Mereu per la prima volta racconta in Italia l’intera storia di una modernissima presa del potere: in che modo il Kgb, emarginato con il crollo dello Stato sovietico, sia riuscito a riguadagnare terreno dandola scalata alla politica per sostituirsi gradualmente ad essa. Fin dalle prima pagine di L’amico Putin si assiste infatti all’investitura degli uomini della Lubyanka (l’antico e tetro edificio della Cekà, ovvero del Kgb nelle sue diverse denominazioni) da cui nacque una Russia smembrata, un Paese devastato dagli scandali e dalla violenza. Ma anche da un’allucinata febbre democratica che inspirava a pieni polmoni la brezza etilica del presidente Boris Yeltsin, circondato da un clan detto “la Famiglia”, di cui anche Vladimir Putin entrò a far parte prima di essere proiettato alla successione del Cremlino. Il racconto che si svolge in queste pagine è tumultuoso e metodico allo stesso tempo: Putin rende conto del suo operato nelle riunioni con gli uomini del Kgb, promette loro posti di governo, li insedia, espelle il personale civile e scatenala guerra cecena, la seconda, facendola apparire agli occhi del popolo russo come una sacrosanta opera di vendetta e di giustizia contro i terroristi che provocarono sanguinosi attentati, facendo saltare in aria interi palazzi a Mosca e in altre città. Sull’autenticità di quegli attentati molti giornalisti, intellettuali e politici hanno espresso seri dubbi. I due maggiori critici della versione governativa, Litvinenko e Anna Politkovskaya, sono stati uccisi, così come sono morti uno dopo l’altro tutti coloro che hanno messo in questione la tesi del Cremlino circa la responsabilità cecena degli attentati, tesi che costituisce anche il fondamento del travolgente consenso che Putin ha raccolto tra i russi. Francesca Mereu ricostruisce frammento dopo frammento la memoria e le macerie di quegli attentati, probabilmente frutto di una cinica montatura per ottenere un pretesto popolare con cui fare una guerra popolare e mietere nelle urne consenso popolare. Quel che è certo è che il primo ministro Putin era un perfetto sconosciuto quando entrò nel palazzo detto Casa Bianca (sede del primo ministro) e diventò un eroe quando gridò in televisione che avrebbe fatto fuori i terroristi “anche nel cesso”,espressione da caserma che consacrò la sua figura di eroe moderno e antichissimo: il capo vendicatore, adorato dal suo popolo. Quella che racconta la Mereu è dunque non tanto la storia di un complotto, ma la storia di un sistema e di un piano che è stato svolto e realizzato con un metodo implacabile, di cui questo libro ripercorre tutte le tappe mostrando una società civile annichilita e corrotta, spaventata e arricchita, ricattata e prona, salvo poche e valorose eccezioni, quasi sempre finite male. Alla fine, un dubbio: Putin ha creato un tandem con il suo pupillo Dmitry Medvedev, il quale mantiene calda per lui la poltrona di presidente, quando Vladimir è costretto a fare il primo ministro. Ma, come in tutti i casi di tandem politici, siamo di fronte ad un dilemma insoluto: Dmitry dà segni di stanchezza e di ribellione e si oppone a Vladimir, come è accaduto durante la crisi libica, quando Putin si è scagliato contro la “crociata medioevale” della Nato contro Gheddafi, e Medvedev lo ha corretto aspramente. Due sono le tesi: quella di un gioco delle parti, per cui i due interpretano rispettivamente il poliziotto buono e quello cattivo; e quella secondo cui starebbe prevalendo il tipico conflitto generato dal fattore umano, grazie al quale Medvedev starebbe recalcitrando per riconquistare la sua autonomia e fare lo sgambetto al suo protettore. I fatti diranno se c’è del vero in questa seconda ipotesi, ma una cosa è certa: Dmitry Medvedev è l’unico nell’entourage putiniano a non provenire dai servizi segreti o dalle forze armate. E chi lo conosce afferma che si tratta di un giovane tecnocrate che crede nella stessa democrazia che invece Vladimir Putin vorrebbe ridotta a un’innocua formalità consacrata soltanto dalle elezioni presidenziali, durante le quali i suoi fuochi d’artificio (non soltanto mediatici) gli assicurano la maggioranza dei consensi. La partita è dunque aperta e L’amico Putin ci lascia di fronte a questa possibilità e speranza storica: che, malgrado tutto, la corsa aggressiva e senza errori di Putin possa fermarsi di fronte a un fattore imprevisto, e che da questo confronto possa riaprirsi per la Russia il capitolo della democrazia nascente anche se imperfetta, ancora dischiuso nell’era Yeltsin,ma che egli ha meticolosamente archiviato. Paolo Guzzanti

 

Capitolo primo

Progetto Putin

Serata di gala

Dicembre. Freddo pungente. La neve cadeva lenta, fitta,asciutta. Al calar della sera, le macchine si conquistavano spazio nelle strade ghiacciate, avvolgendo con i loro vapori l’imponente edificio giallo ocra della Lubyanka, il quartier generale del Servizio federale di sicurezza (Fsb), erede del Kgb sovietico. Alcune di quelle macchine, lampeggiatore sul tettuccio e vetri oscurati, sostavano brevemente vicino all’entrata n. 1 per far scendere un passeggero vestito di nero e tornare immediatamente nel flusso del traffico. Era, quella, una serata molto particolare perché all’interno del sinistro edificio della Lubyanka, come ogni anno,centinaia di agenti si erano riuniti per festeggiare l’anniversario della Cekà, (1) come si chiamava ai tempi della rivoluzione la polizia segreta sovietica. Da più di ottant’anni, quell’anniversario era l’occasione per incontrare i vecchi amici e colleghi con cui ricordare i bei tempi e consolidare i contatti. Ma quella sera accadde qualcosa di straordinario:il tintinnio dei bicchieri colmi di champagne e le conversazioni tra colleghi sulle note della musica classica furono interrotti per dare la parola a Vladimir Putin, un ex collega che qualche mese prima era stato nominato primo ministro. E che cominciò il suo discorso con una battuta che era tutta un programma: «Cari compagni, volevo annunciarvi che il gruppo di agenti dell’Fsb (2)che avete mandato a lavorare sotto copertura al governo ha compiutola prima parte della missione».Quale dovesse poi essere la seconda parte della missione apparve subito chiaro. E infatti tutti sorrisero compiaciuti:la “missione” sarebbe stata per Putin quella di diventare presidente e poi chiamare gli ex colleghi del Kgb ai più ambiti posti di governo. Tutti ebbero quindi quella sera la speranza di raccogliere i frutti del lavoro dei mesi precedenti e la quasi certezza che di lì a poco gli spetssluzhby (gli agenti dei servizi speciali) (3)sarebbero ritornati alla guida del Paese. Putin – un ex tenente colonnello del Kgb e ufficiale di collegamento fra il Kgb e la Stasi della Germania orientale,poi arrivato al vertice dei nuovi servizi segreti come direttore dell’Fsb – era al settimo cielo: la soddisfazione traspariva dai suoi occhi solitamente freddi e dalle labbra pallide che accennavano a un sorriso. L’entusiasmo degli ex colleghi indicava che era riuscito a raggiungere un livello di popolarità che nessuno di loro aveva ottenuto prima. E si sentiva finalmente a casa sua.«Non esistono ex agenti» disse Putin, usando una massima aurea fra gli uomini del Kgb, secondo la quale un agente è agente per sempre. Nessuno è mai ex. Tutti sono sempre in servizio, anche se cambiano mestiere o vanno in pensione. Putin arricchì la massima aurea dei cekisti con un significato ulteriore e sottile: proprio lui, l’ex agente che aveva mantenuto la posizione chiave di Dresda fino alla caduta del muro di Berlino, voleva stipulare un vero patto verbale con i colleghi, garantendo che non li avrebbe dimenticati una volta al Cremlino e che anzi avrebbe affidato loro gli snodi più delicati del potere. Questa promessa riaccese un’ondata di orgoglio in quegli uomini che dopo tante umiliazioni subite negli otto anni di capitalismo alla russa, sentivano che i servizi segreti sarebbero finalmente tornati all’antico prestigio:«Siamo di nuovo al potere e stavolta ci staremo per sempre» li rassicurò Putin fra un brindisi e l’altro.

«Ed è esattamente quello che poi è avvenuto» mi conferma un ex agente che chiameremo Dmitry, (4)un uomo che nel periodo sovietico aveva lavorato nel secondo Direttorato del Kgb, addetto al controllo politico sia dei cittadini sovietici sia di quelli stranieri che risiedevano in Unione Sovietica, diplomatici inclusi. Alto, magrissimo, ormai vicino alla sessantina, Dmitry sembra un impiegato invecchiato dietro una scrivania sotto luci artificiali, più che uno specialista in intercettazioni di «nemici della patria» e di «spie straniere».Ci incontriamo in uno dei tanti caffè del centro della nuova Mosca capitalista, e davanti a un cappuccino lui ricorda il momento in cui gli agenti avevano levato il bicchiere alla memoria di Feliks Dzerzhinsky, l’aristocratico polacco fondatore della Cekà sovietica, e di Yuri Andropov,il capo del Kgb che aveva servito più a lungo nell’ufficio del terzo piano della Lubyanka e che per breve tempo era stato segretario generale del Pcus, rompendo la tradizione di drastica separazione fra Kgb e partito. Dmitry rievocò per me il momento in cui gli agenti erano passati dallo champagne alla vodka per celebrare la fine della decadenza dei servizi segreti che aveva accompagnato e seguito il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991,archiviando una volta per tutte l’amarezza legata alla sensazione di un tradimento subito e alla conseguente umiliazione. Dmitry ricordava quel buio periodo in cui, per sopravvivere, molti ex agenti avevano dovuto piegarsi ad attività miserabili come quella di tassista abusivo, se non entrare addirittura nella malavita o passare al servizio della nuova classe dei ricchi come guardie del corpo. Infatti era accaduto che coloro i quali nel passato sovietico avevano costituito un’élite rispettata e temuta, erano stati trasformati in una massa di precari costretta a vivere di espedienti. Ma finalmente tutto lasciava sperare che i tempi fossero cambiati e che si potesse riportare ordine nella Russia «democratica», un Paese che gli ex agenti del Kgb non riconoscevano più.«L’ordine dei valori si era invertito. Quelli che ai nostri tempi chiamavamo furfanti, ora cavalcavano l’onda»sostiene Dmitry, «e noi che avevamo dedicato la vita a servire la patria, non solo dovevamo fare finta di niente, mali dovevamo proteggere per intascare quattro soldi con cui sopravvivere. Eravamo ormai al loro servizio, perché loro – quelli che per noi restavano i farabutti – erano adesso i nuovi padroni della Russia. Un Paese allo sfacelo. Quella sera brindammo augurandoci che le cose tornassero alloro ordine naturale».«E quale sarebbe il vostro ordine naturale?» gli chiedo.«Quello che porta alla giustizia» mi risponde. La sera in cui avvenne questa conversazione era quella del 20 dicembre 1999: il giorno prima i cittadini russi avevano votato alle elezioni parlamentari e il partito del primo ministro Putin, fondato da soli due mesi, aveva ottenuto un sorprendente 23 per cento: un solo punto in meno degli allora popolari comunisti.

Il candidato ideale

Mosca, primavera del 1999

Sciogliendosi, la neve faceva lentamente riaffiorare detriti sepolti dall’inverno. Dalle strade e dai campi di Mosca emergeva di tutto: vecchie scarpe, pezzi di plastica, cartacce,mozziconi di sigarette, escrementi: insomma il consueto sudicio spettacolo che accompagna lo sciogliersi del manto invernale trasformato in poltiglia. Era dunque arrivata la stagione in cui i moscoviti camminavano facendo lo slalom per evitare di infilare un piede in quella pappa gelata. Durante quell’accenno fradicio di una imminente primavera,gli agenti dei vecchi servizi segreti si erano già incontrati più volte, e in nome della missione comune avevano accantonato gli antichi dissapori. La missione era quella rivelata da Putin, che da perfetto sconosciuto fino a pochi anni prima era stato nominato capo dell’esecutivo dal presidente Yeltsin. Ecco le tappe di quella improvvisa e folgorante carriera. Nel maggio del 1998 Yeltsin aveva nominato Putin vice capo dello staff presidenziale responsabile delle regioni; in luglio Putin era stato nominato direttore dell’Fsb, (5)in ottobre membro permanente del Consiglio di sicurezza e nel marzo del 1999 segretario del Consiglio di sicurezza. Una carriera in continua ascesa: il timido Vladimir era riuscito come nessun altro a conquistarsi i favori di Yeltsin. I vecchi uomini dei servizi segreti, che per tanto tempo erano stati relegati ai margini della vita politica del Paese,adesso avevano di fronte una nuova eccitante prospettiva:uno di loro avrebbe presto raggiunto il vertice del potere,la presidenza della Russia. E dunque sentivano che era giunta l’ora di stringere un patto con Putin: loro lo avrebbero appoggiato e aiutato a raggiungere la poltrona del Cremlino e lui in cambio avrebbe restituito all’organizzazione il prestigio e il potere perduti. In quel giorno di incipiente primavera ne avevano discusso. Ma non avevano elaborato alcun piano concreto,questo era il loro stile. Sarebbe stato il corso degli eventi a indicare come raggiungere lo scopo. Su una cosa però erano tutti d’accordo: stava arrivando il loro momento,tutto era a loro favore. E dovevano farsi trovare pronti. Secondo quel che racconta Dmitry, al Cremlino erano stati molto colpiti dai risultati di una ricerca sociologica che aveva provato a disegnare l’identikit del futuro presidente russo, sulla base delle risposte dei cittadini. Il fatto nuovo era che i russi avevano concentrato le loro preferenze su tre figure con una caratteristica comune: erano tutti e tre dei siloviki, letteralmente “gli uomini di forza”, (6)come vengono chiamati gli appartenenti alle spetssluzhby – i servizi di sicurezza – e alle forze armate. I tre uomini prescelti dalla maggioranza dei cittadini russi erano infatti l’agente segreto Stirlits, un eroe dello sceneggiato Semnadtsat mgnovenii vesni (Diciassette attimi di primavera),(7)il noto ufficiale dell’Armata Rossa Georgy Zhukov e Gleb Zheglov, detective in uno sceneggiato di successo: Mesto vstrechi izmenit nelzya (Non si può cambiare il luogo d’incontro).(8)Risultato che aveva fatto riflettere gli agenti, in quanto dimostrava che i russi erano stanchi della democrazia yeltsiniana e del caos che ne era seguito. Ora chiedevano l’uomo forte, uno che sapesse guidare la Russia con mano di ferro. L’esito del sondaggio era stato uno dei temi discussi durante quell’incontro e gli agenti ne avevano tratto la conclusione che il momento era arrivato.«Avevamo ormai il candidato ideale» spiega Dmitry,«ma per partire con il piede giusto sarebbero state necessarie anche un paio di mosse azzeccate con cui far accettare ai russi un ex agente del Kgb come candidato presidenziale». Ovvero a pensare a Vladimir Vladimirovich come la persona ideale per il futuro della Russia.In effetti Boris Yeltsin, a causa della salute cagionevole e di un grave problema di alcolismo, diventava sempre più lunatico. A novembre del 1996 aveva inoltre subito un intervento al cuore che lo aveva costretto per mesi in ospedale. Per quasi tutto il secondo mandato era stato quindi introvabile. Ricompariva solo in momenti chiave – quando per esempio bisognava annunciare le dimissioni dell’ennesimo primo ministro – salvo poi sparire di nuovo. Ma se Yeltsin brillava per assenza, altrettanto non si poteva dire di Putin il quale, da direttore dell’Fsb, si era dato un gran da fare per assumere nella Kontora(9)– come viene chiamata la Lubyanka nel gergo degli agenti –diversi cekisti di San Pietroburgo, persone che avevano lavorato con lui nella capitale del nord e molti ex compagni di corso dell’Accademia del Kgb di Leningrado con cui era rimasto sempre in contatto. Fu così che in quel periodo a Mosca si trasferirono persone come Viktor Cherkesov,(10)compagno di Putin all’Accademia del Kgb; Aleksandr Grigorev, un collega del Kgb di Leningrado; Sergei Ivanov, il futuro vice primo ministro. Si tratta soltanto di alcuni degli uomini più in vista di quel gruppo, la cui lista sarebbe lunghissima. Putin era infatti riuscito a convincere Yeltsin della necessità di rinnovare i quadri della Kontora con la cosiddetta operazione Doloi okamenelosti v lampasakh!, ovvero Fuori i fossili in uniforme!, consistente nel congedare molti vecchi generali, mandandoli in pensione e sostituendoli con uomini di Putin. Che avrebbero pagato il loro debito al momento opportuno. Volodia(11)aveva così creato le fondamenta per la sua futura rete di contatti. «Quando Putin diventò presidente, l’Fsb era ormai pieno dei suoi amici di San Pietroburgo: una vera filiale del Kgb di Leningrado» mi conferma un agente che in quell’epoca lavorava per il Fapsi, l’Agenzia federale di comunicazione e informazione governativa. Una spetssluzhba con funzioni simili a quelle dell’Agenzia di sicurezza nazionale americana (Nsa).

La conquista dei favori della Semya

Putin sembrava ormai essersi conquistato la fiducia di Yeltsin, ma questo non bastava. Per diventare presidente avrebbe avuto bisogno del sostegno incondizionato dell’intero clan del vecchio presidente, la cosiddetta Semya, la Famiglia. La Famiglia era formata dalla ristretta cerchia di alti funzionari di Stato e finanzieri che determinavano a quell’epoca la politica russa. Al suo vertice era Aleksander Voloshin, capo dell’amministrazione. I maggiori esponenti della Famiglia erano: la figlia del presidente e sua consigliera Tatyana Dyachenko;(12)il compagno (ora marito) della Dyachenko, Valentin Yumashev;(13)gli oligarchi Boris Berezovsky e Roman Abramovich, quest’ultimo ora uno dei miliardari russi più noti;(14)e infine il giovane riformista Anatoly Chubais che, come direttore del Comitato della proprietà dello Stato, aveva diretto il programma di privatizzazione dei beni statali. La Dyachenko era il fulcro che teneva insieme questo gruppo variegato; Yumashev aveva l’incarico di favorire,e in qualche caso distruggere, le alleanze tra i vari membri;Chubais, Voloshin e Berezovsky erano gli strateghi politici; mentre Abramovich era il “cassiere”, perché curava gli interessi finanziari della Famiglia.(15)Costoro avevano letteralmente privatizzato lo Stato,tramite un’oculata collocazione dei propri uomini nei posti chiave durante il regno di Yeltsin, diventando ricchi e potenti. E ora, alla vigilia di un cambio di regime, erano alla ricerca di un erede che garantisse loro il mantenimento dello status quo. Che il futuro presidente condividesse o meno l’ideologia democratica di Yeltsin – o che in epoca sovietica avesse lavorato per la polizia segreta – a loro interessava poco o nulla. Il requisito principale del candidato era l’obbedienza. Anzi: la completa sottomissione alla Famiglia. E ora che la fine del secondo e ultimo mandato di Yeltsin si avvicinava, la ricerca del candidato perfetto diventava spasmodica. Vladimir Putin sembrava davvero possedere tutte le qualità necessarie, visto che era sempre pronto a eseguire gli ordini, come se non avesse ambizioni personali. Dava l’impressione di essere una persona facile da manovrare e,in prospettiva, un perfetto presidente fantoccio che avrebbe continuato a coprire i loro giochi. La Famiglia aveva già dovuto affrontare negli anni precedenti momenti molto difficili, ma era sempre riuscita a cavarsela. Agli inizi del 1999 però i guai sembravano talmente seri da minacciare per la prima volta le basi di questo potente clan. Il procuratore generale Yuri Skuratov, incoraggiato dall’allora primo ministro Yevgeny Primakov, aveva infatti dato il via a un’indagine per corruzione che coinvolgeva persone di altissimo livello. Circa ottocento funzionari di rango elevato risultavano, secondo Skuratov, coinvolti inattività illegali o criminali. Erano finite nel suo mirino anche le privatizzazioni di numerose compagnie statali che il procuratore voleva accuratamente verificare e dichiarare nulle, convinto che fossero state realizzate in totale violazione della legge. Questo significava che molti membri della Famiglia e loro alleati avrebbero dovuto restituire allo Stato i beni di cui si erano impossessati con le privatizzazioni selvagge degli otto anni precedenti. Per la Famiglia il procuratore generale era diventato dunque un nemico mortale perché, oltre a perdere le ricchezze accumulate, i suoi membri vedevano aprirsi anche la prospettiva di finire in galera, se le indagini fossero continuate. Già nel febbraio del 1999, quando l’indagine era agli inizi, Yeltsin aveva chiesto le dimissioni di Skuratov.(16)Mail Consiglio federativo, la camera alta del parlamento, si era opposto. Il presidente tentò di imporre le dimissioni di Skuratov per altre due volte, ma il parlamento – che svolgeva ancora la sua funzione – si schierò regolarmente dalla parte del procuratore, riconfermandolo.Putin vide allora schiudersi lo spiraglio che gli avrebbe permesso di ingraziarsi la Famiglia. Alla scuola del Kgb agli agenti veniva insegnato che chiunque può essere incastrato, perché non esiste persona che non abbia il suo scheletro nell’armadio. O comunque sarebbe stato compito di un bravo agente fabbricarne uno. Putin, allora capo dell’Fsb, decise di applicare questa regola al procuratore generale e mise in piedi nel servizio segreto quella che fu poi chiamata operazione Skuratov:creò un gruppo di agenti alle sue dirette dipendenze, con il compito di pedinare il procuratore e raccogliere tutte le informazioni possibili sulla sua vita privata, per trovare o creare una situazione compromettente che lo avrebbe annientato e costretto a dimettersi. Nel caso del procuratore generale, l’operazione risultò molto semplice e anzi banale: Skuratov, scoprirono gli uomini di Putin, aveva infatti un debole per le donne, e fu quindi un gioco da ragazzi farlo adescare da due belle fanciulle e filmarlo durante un rapporto sessuale con loro. Putin poi convocò il procuratore generale, gli mostrò la videocassetta e gli chiese, a nome di Yeltsin, di dimettersi. Ma Skuratov rifiutò e così la cassetta finì al canale statale Rtr, che la mandò integralmente in onda il 17 marzo (qualcheanno dopo il direttore di Rtr dirà che la cassetta gli era stata consegnata da Putin in persona). Dopo il canale Rtr,il video fu subito trasmesso anche dalle altre emittenti. Una fonte che al tempo lavorava al Cremlino – e si occupava delle relazioni con i servizi speciali – oggi ricorda così quell’operazione:

Il metodo usato per compromettere il procuratore generale fu semplice, quasi elementare: avrebbe potuto essere un’esercitazione del programma del primo anno dell’Accademia del Kgb e funzionò alla perfezione. E quell’operazione così semplice,per quanto possa sembrare incredibile, permise a Putin di conquistare in modo definitivo la fiducia di Yeltsin e – cosa non meno importante – quella dell’intera Famiglia. È stata insomma l’occasione d’oro che gli ha spianato la strada verso la presidenza.

Il video veniva citato cautamente dai giornalisti come quello «dell’uomo che somigliava al procuratore generale». Ebbe successo non soltanto in televisione, ma anche sul mercato delle cassette pornografiche pirata vendute nei sottopassaggi della metropolitana moscovita insieme ai classici del genere, quei film in cui si assiste alle attività di avvenenti fanciulle bionde con giovanotti in completo sadomaso. Si poteva acquistare per l’equivalente di un paio di dollari e andava veramente a ruba, come mi ha confermato Andrei, che aveva una bancarella nel centro di Mosca a pochi passi dalla piazza Rossa. Quando gli ho chiesto da chi avesse ricevuto il video, mi ha risposto:«Dal mio solito fornitore».Nell’aprile del 1999 Putin e il ministro degli Affari interni Sergei Stepashin in una conferenza stampa confermarono che secondo i loro periti il video, benché di autore sconosciuto,era assolutamente autentico. E veniva ribadito che la «scappatella» del procuratore generale era stata pagata da gente coinvolta con la criminalità e pertanto chiedevano pubblicamente a Skuratov di dimettersi. Anche se ufficialmente l’identità di Skuratov nel filmato non fu mai dimostrata – e sebbene nel suo discorso alla Duma del 7 aprile lo stesso procuratore generale si fosse rifiutato sia di confermare sia di negare di essere l’uomo del video – l’operazione raggiunse alla fine l’effetto voluto: Skuratov fu costretto a dimettersi e la Famiglia non perse un secondo per nominare al suo posto il fedelissimo Vladimir Ustinov. Secondo un’indagine condotta dal Centro russo per lo studio dell’opinione pubblica VTSIOM, il 58 per cento degli intervistati disse di ritenere che il contenuto della cassetta costituisse un motivo sufficiente per chiedere le dimissioni del procuratore generale. Oggi la fonte interna al Cremlino commenta: «La missione era riuscita da tutti i punti di vista. Skuratov era fuorigioco e Putin era riuscito a nascondere agli occhi dei russi il vero motivo del suo allontanamento: cioè le indagini che il procuratore stava conducendo contro la Famiglia».Dunque, per quanto riguardava Skuratov, la Famiglia poteva tirare un sospiro di sollievo, ma rimaneva ancora il premier Primakov, che aveva appoggiato le indagini del procuratore generale. Ex direttore dell’Svr, l’agenzia di spionaggio estera, Primakov era diventato molto popolare non soltanto per una serie di riforme che avevano permesso al Paese di uscire dalla grave crisi economica del 1998, ma anche perché aveva promesso di punire coloro che durante il potere di Yeltsin si erano arricchiti grazie agli intrighi politici. Già a febbraio di quell’anno i giornali «Novye Izvestiya»e «Moskovskaya Pravda» avevano pubblicato la cosiddetta Lista di Primakov, un elenco di 162 importanti personaggi coinvolti in scandali di corruzione: c’era dentro pressoché tutta l’élite politica ed economica del Paese, salvo Primakov, Putin e Stepashin. In particolare il premier prese di mira il magnate Boris Berezovsky, l’intoccabile della Famiglia, e tentò anche di farlo arrestare per riciclaggio.Al Forum mondiale sull’economia di Davos, a febbraio di quell’anno, Primakov annunciò di voler liberare più di novantamila detenuti, per sostituirli con imprenditori«più criminali di quelli già in galera».In politica Primakov si era poi accattivato le simpatie dei comunisti, cui aveva concesso importanti portafogli ministeriali. Il premier godeva inoltre dell’appoggio del popolo impoverito rispetto al periodo sovietico, stanco del caos e della corruzione dell’epoca yeltsiniana. Secondo un sondaggio di VTSIOM condotto il 27-30marzo, il 64 per cento dei russi era pronto ad appoggiarlo se si fosse candidato per la presidenza, mentre soltanto il6 per cento avrebbe votato per Yeltsin. La Famiglia era dunque nel panico. Yeltsin reagì sostituendo Primakov a maggio, dopo solo otto mesi,(17)con il ministro degli Affari interni Stepashin: un rimedio di breve respiro per rassicurare i suoi, ma che non poteva di certo risolvere il problema. Tutti conoscevano la caparbietà di Primakov.

Ancora una volta ci pensa Berezovsky

 Londra, primavera del 2007

La scena è alquanto insolita anche per una città eccentrica come la capitale britannica. La guardia del corpo – un aitante giovanotto, capelli scuri e occhi verdi – scende dalla Mercedes blu blindata, si guarda intorno e poi fa un cenno con il capo per dire che la strada è sicura: una tipica scena moscovita, nel cuore di Londra. Poi si sente l’inconfondibile voce di Boris Abramovich Berezovsky mentre saluta gli amici che lo aspettano: è una voce acuta e frettolosa, come se la lingua non riuscisse a tenere il passo con i pensieri, sicché le sue parole si accavallano per risparmiare tempo. Per chi ha vissuto e lavorato come giornalista a Mosca, è una voce familiare e inconfondibile,ma fa uno stranissimo effetto udirla in Inghilterra. Avevo chiamato Boris Abramovich (patronimico che rivela le sue origini ebraiche) al cellulare per fissare un appuntamento. Mi aveva proposto di incontrarci alla bohémien Miller’s Academy, a pochi passi dalla fermata di Notting Hill Gate, dove aveva dato appuntamento a un gruppo di intellettuali londinesi per illustrare il degrado della democrazia in Russia sotto Putin e i motivi per cui,secondo lui, il suo amico Aleksander Litvinenko(18) era stato avvelenato qualche mese prima con del polonio-210. Passiamo così insieme alcune ore e io insisto affinché mi parli del 1999 e del perché avesse allora appoggiato Putin. È una domanda che Berezovsky cerca di eludere in tutti i modi, limitandosi a dire: «Ho fatto un grosso errore, succede a tutti». Poi cambia discorso e si mette a ridere e scherzare con gli amici che lo accompagnano. Dopo essere sopravvissuto a diversi attentati in patria –in uno di essi il suo autista venne decapitato da una bomba sotto i suoi occhi – dal 2001 Berezovsky ha ottenuto asilo politico nel Regno Unito per sfuggire all’arresto in Russia, dove è accusato di frode e di corruzione.«Putin era allora un amico e mai avrei potuto immaginare che una volta salito al potere avrebbe messo il Paese sottosopra» risponde finalmente, incalzato dalle mie domande. Chi è dunque questo oligarca che appare e scompare dalla scena russa? Negli anni Novanta Berezovsky cominciò a fare la sua fortuna importando automobili Mercedes in Russia e distribuendo le macchine prodotte dalla casa automobilistica nazionale Avtovaz. Ma mentre Avtovaz sopravviveva a stento, Berezovsky guadagnava milioni di dollari. Già a metà degli anni Novanta era uno dei principali oligarchi, riusciti, durante la privatizzazione selvaggia di quegli anni, ad accaparrarsi i gioielli dell’industria a prezzi stracciati. Berezovsky era così diventato il proprietario della compagnia petrolifera Sibneft e il maggiore azionista del canale televisivo statale Ort, che era il principale strumento di propaganda grazie al quale Yeltsin, benché inviso al popolo, riuscì a essere rieletto alle presidenzialidel 1996. E proprio in quell’anno Andrei Lugovoi(che nel 2007 sarà incriminato dalla procura di Londra per l’avvelenamento di Litvinenko)(19)era diventato il capo di sicurezza di Ort.Adesso Berezovsky vive tra il suo ufficio nella Mayfair,nel centro di Londra, e la villa nel Surrey, sorvegliata da ex soldati della Legione straniera francese. Oggi, Boris Abramovich non ama parlare di Putin e delpassato ma, secondo quanto confermano anche i suoi ex collaboratori, era stato proprio lui a convincere i membri della Famiglia (che a causa di Primakov pensavano già a fuggire dopo aver messo in salvo il capitale) a puntare tutto su Putin, cooptandolo di fatto al loro interno. Primakov non era il primo nemico che Berezovsky avesse dovuto affrontare, e anche in quel caso ce l’aveva fatta. Occorre dunque tornare brevemente a quegli anni per cogliere il ruolo determinante di Berezovsky. Nel 1996Yeltsin era già stato dato per spacciato. Un sondaggio del gennaio di quell’anno lo poneva soltanto al quinto posto tra i candidati alla presidenza, con un magro 8 per cento di gradimento fra gli elettori, mentre il comunista Gennady Zyuganov presidiava il primo posto con un solido21 per cento. Anche allora, come più tardi nel 1999, la partita sembrava persa in partenza, tant’è vero che al Forum mondiale per l’economia di Davos del febbraio 1996, i leader mondiali e i media già guardavano a Zyuganov come futuro presidente della Russia. Gli oligarchi erano semplicemente terrorizzati da una tale prospettiva: sapevano che l’era di Yeltsin era alla fine e vedevano arrivare – cosa terribile – un presidente comunista. Fu così che, proprio durante il Forum di Davos, Berezovsky decise di accantonare l’avversione che provava per il magnate dei media Vladimir Gusinsky e proporgli un’alleanza per battere Zyuganov nelle elezioni del giugno del 1996. Gusinsky accettò e, sempre a Davos, i due coinvolsero anche Mikhail Khodorkovsky – allora proprietario della banca Menatep e della Yukos petrolio(20)–oltre a Vladimir Vinogradov, della banca Inkombank. Fu così che i quattro strinsero il cosiddetto patto di Davos,coalizzandosi per far rieleggere Yeltsin. Una volta rientrati a Mosca, al quartetto si unirono altri oligarchi e tutti insieme assegnarono a Chubais il compito di organizzare la campagna elettorale di Yeltsin. Chubais era uno dei cosiddetti giovani economisti delle riforme. Nel novembre del 1991, nel suo ruolo di direttore del Comitato della proprietà dello Stato russo, aveva diretto e influenzato il programma di privatizzazione dei beni statali, ma nel gennaio del 1996 una serie di scandali legati alle privatizzazioni selvagge di quegli anni lo aveva costrettoa dimettersi. Ed ecco che soltanto un mese dopo era di nuovo sulla cresta dell’onda per debellare Zyuganov. Anche Berezovsky si gettò a tempo pieno nella campagna di mobilitazione a favore di Yeltsin, affibbiando il marchio di «traditore» a tutti quelli che erano contro il presidente. Iniziò così una vigorosa campagna mediatica a favore di Yeltsin e anche i giornalisti, spaventati dallo spettro comunista,vi collaboravano volentieri. Yeltsin poteva così contare sull’appoggio dei tre maggiori canali: il primo canale, Ort, controllato da Berezovsky, il canale statale Rtr e infine Ntv, il gioiello dell’oligarca Gusinsky recuperato a Davos. Le elezioni furono presentate all’opinione pubblica come un referendum, non sull’operato di Yeltsin e del suo entourage,bensì pro o contro il passato regime comunista sovietico di cui Zyuganov veniva indicato come il restauratore. Il consenso per Yeltsin certamente aumentò ma, nonostante tutti gli sforzi su scala nazionale e l’immane investimento di risorse, il presidente uscente riuscì a vincere soltanto al secondo turno e grazie ai brogli che in molte regioni furono più che evidenti. Basti pensare che in Cecenia,devastata dalla guerra iniziata da Yeltsin, secondo i dati ufficiali vi fu un’incredibile affluenza del 76,4 per cento con un improbabile 68,2 per cento a favore dello stesso Yeltsin(21)che aveva lanciato le operazioni militari contro quel Paese. Secondo quanto mi raccontò un alto funzionario della Commissione elettorale centrale, Zyuganov era riuscito in realtà a vincere anche al secondo turno, ma il conteggio truffaldino delle schede ribaltò il risultato a favore di Yeltsin. Per precauzione, le schede furono distrutte subito dopo le elezioni, così da eliminare ogni prova. Tutti sapevano che cosa era successo – politici, giornalisti e rappresentanti della società civile – ma la paura del comunismo era tale che ci si preferì illudere che una tale violazione delle regole di una democrazia ancora fragile e vacillante potesse essere considerata accettabile se fatta a fin di bene e per una sola volta. Ma non avevano calcolatola conseguenza di quei brogli spudorati: ciò che il potere aveva imparato da quelle violazioni “a fin di bene” era che le campagne elettorali da quel momento in poi avrebbero potuto essere manovrate spregiudicatamente, con l’aiuto dei media e delle cosiddette risorse amministrative. Ideologie e programmi non sarebbero da allora più serviti, poiché il potere aveva ormai forgiato la spada affilata che lo avrebbe reso invincibile. Dopo la vittoria di Yeltsin, gli oligarchi andarono comunque a reclamare il loro compenso, chiedendo apertamente al presidente di pagare il suo debito. E già che c’erano, gli ricordarono che nel 1995 erano stati proprio loro ad aver prestato allo Stato i capitali per sostenere il budget, sovvenzionando poi anche la sua rielezione nell’anno successivo. Furono subito accontentati con l’offerta di azioni di appetitose compagnie statali a prezzi stracciati. Fu così che Berezovsky e Abramovich riuscirono a mettere le mani sulla Sibnef, che valeva un miliardo di dollari, persoli cento milioni di dollari; mentre Vladimir Potanin incamerava la Norilsk Nickel. Ognuno degli oligarchi arraffava quel che poteva, ma erano insaziabili: adesso chiedevano di fatto il controllo politico del Paese. Berezovsky fu così nominato segretario del Consiglio di sicurezza e Potanin vice primo ministro,mentre Chubais passava all’amministrazione del presidente. Il debito venne ampiamente saldato con gli interessi. Ma non per questo l’avidità di queste persone si riduceva. Al contrario: ognuno degli oligarchi guardava ora al vicino con il sospetto che quello si fosse preso una fetta più grossa della propria e il risultato era che tutti litigavano con tutti; come predatori, si contendevano rabbiosamente le spoglie stesse della Russia. Questa situazione – unita alla crisi economica del 1998,quando il rublo perse il 70 per cento del suo valore rispetto al dollaro, all’instabilità del governo e alla cagionevole salute del presidente – nel 1999 metteva in mostra un potere più debole che mai, a poco meno di un anno dalle elezioni. Agli occhi della popolazione, il Cremlino appariva in preda al caos. Alcuni oligarchi tentarono di convincere Yeltsin a cambiare la Costituzione per far diventare tre i mandati possibili e restare così al potere ancora più a lungo, ma l’idea fu subito scartata perché inutile: per far rieleggere ancora una volta Yeltsin i brogli avrebbero dovuto assumere dimensioni tali da renderne impossibile l’occultamento. Intanto, di fronte all’evidente vuoto di potere, il sindaco di Mosca Yuri Luzhkov pensò di entrare in politica a livello nazionale e partecipare alle elezioni parlamentari di dicembre dello stesso anno come forza d’opposizione con un nuovo partito, Otechestvo-Vsya Rossia (Patria-Tutta la Russia), che contava sulla presenza di influenti leader regionali. Il colpo per la Famiglia arrivò quando Primakov, il loro nemico numero uno, annunciò di voler usare proprio questo nuovo partito come trampolino verso le presidenziali dell’anno successivo. La sfida del nemico numero uno della Famiglia era ormai pubblica. E nella Famiglia era accaduto un fatto nuovo: l’emarginazione del potente Berezovsky: infatti, dopo un’estenuante serie di litigi, beghe e lotte con gli altri oligarchi, Berezovsky era rimasto senza alleati e aveva perso gran parte della sua influenza sia sul presidente sia sulla Famiglia. Tutti lo davano ormai per spacciato, per di più con la minaccia di una vittoria del suo nemico personale Primakov che gli pendeva sul capo come una spada di Damocle, cosa di cui era ben consapevole. Ma mentre tutti gli oligarchi del gruppo elaboravano piani di fuga per abbandonare la fortezza,Berezovsky ancora una volta fu quello che ebbe l’idea vincente,la soluzione dei loro problemi. Come nel 1996, anche stavolta la Famiglia avrebbe vinto.

Le rose per Lena(22)

Qualche mese prima, a febbraio, Berezovsky aveva capito che molti membri della Famiglia contavano i giorni che gli restavano al potere: la sua giovane e bella compagna Yelena aveva compiuto trentadue anni e nessuno aveva chiamato per farle gli auguri. In Russia il compleanno è un avvenimento molto importante. Si ha quasi l’obbligo di invitare a casa o al ristorante parenti e amici; al lavoro bisogna invece organizzare una festa con antipasti, dolci e bevande. Dimenticare di chiamare per fare gli auguri di buon compleanno può esser interpretato come mancanza di rispetto. Per questo i russi prendono scrupolosamente nota o ricordano a memoria la data di nascita delle persone per loro importanti. Quel giorno, di fronte al telefono muto, Berezovsky si rese conto di essere rimasto solo, senza alleati. Ma alla fine della giornata accadde un fatto nuovo e del tutto imprevedibile:il campanello della porta suonò ed era Vladimir Putin con un enorme mazzo di rose per Yelena.«Berezovsky per poco non scoppiò a piangere per la sorpresa e l’emozione, visto che in Russia non aveva ormai alcun amico. Primakov lo perseguitava, Chubais era diventato un nemico e Gusinsky anche. Nessuno della Famiglia voleva più riceverlo. Boris si sentiva spacciato. Ma ora, la grande sorpresa: sull’uscio di casa c’era Putin con questo enorme mazzo di fiori per Lena. Boris si rendeva conto che quell’uomo aveva rischiato grosso a venirlo a trovare: gli uomini di Primakov lo avevano sicuramente pedinato e Putin lo sapeva. Ma era venuto lo stesso» mi racconta il giornalista Sergei Dorenko, che a quei tempi era un fedelissimo di Berezovsky. Era stato il direttore dei servizi giornalistici del canale Ort ed era una personalità molto carismatica, considerato la migliore “arma di distruzione” di cui l’oligarca disponesse in televisione. Capace con le sole parole di annientare una persona o riscattarla. Un talento che a quell’epoca era al totale servizio di Boris Berezovsky. Fu dunque proprio questa inattesa visita per il compleanno di Lena a convincere Berezovsky ad appoggiare Putin. Qualche mese dopo, infatti, rievocando l’episodio,Berezovsky si sarebbe reso conto che Putin era la soluzione. Bisognava soltanto convincere la Famiglia ad ascoltarlo.«Al Cremlino tirava aria di disfatta e nessuno sembrava avere più voglia di battersi. Ma ecco che arriva lui,Berezovsky, a sostenere con ritrovata energia che ce l’avrebbero fatta ancora una volta, come ai tempi delle elezioni del 1996. Lo odiavano tutti, ma non avevano altra scelta che ascoltarlo» aggiunge Dorenko. Berezovsky aveva avuto modo già in altre occasioni d’apprezzare il carattere di Putin, mi racconta il suo alleato ed ex compagno d’affari Yuli Dubov, anche lui ora esiliato a Londra. Dubov ha scritto il libro Bolshaya Paika (La grande razione) – da cui è stato tratto il film L’oligarca – in cui racconta come si diventava oligarchi nella Russia degli anni Novanta. La storia di Berezovsky, insomma. Ci incontriamo nel lussuoso ufficio in stile giapponese di Down Street di Berezovsky, dove Dubov ha uno studio a disposizione. Gli chiedo perché Berezovsky scelse Putin e decise di aiutarlo nell’ascesa.«Prima di tutto, Putin era migliore di Primakov» mi spiega Dubov. «Anch’io lo avevo incontrato varie volte e,se l’impressione che aveva fatto a me l’ha fatta anche agli altri, la cosa è facilmente comprensibile. Putin si presentava come un’ottima persona. Sin dal primo incontro mi ha ispirato simpatia. Ci fu poi un episodio specifico che mi convinse. A quel tempo, Putin era vicesindaco di San Pietroburgo e io avevo con Boris un’azienda in quella città che non riuscivamo a mandare avanti per tutta una serie di problemi legati alla sede territoriale, di cui sembrava impossibile venire a capo. Avevamo scritto lettere, presentatodocumenti al comitato che si occupava dei beni cittadini,ma non c’era stato niente da fare. Chiamai allora Boris Berezovsky per chiedere se avesse un’idea su come agire alla svelta, io non potevo perdere così tanto tempo a occuparmi della ditta. Boris allora mi disse di chiamare Putin, di fissare un incontro, magari pranzarci assieme e spiegargli la situazione. Così feci. Ci accordammo divederci a pranzo e Putin – cosa strana – arrivò puntualissimo.(23)Gli spiegai il problema e lui prese un voluminoso apparecchio portatile (allora i cellulari erano enormi),parlò con qualcuno, mi disse che la questione era risolta e andò via. Non volle neanche mangiare, né chiese un rublo per il disturbo. Era la prima volta che mi imbattevo in un funzionario statale che non chiedeva soldi e rifiutava un pranzo gratis in un buon ristorante. Lo raccontai a Boris e anche lui rimase sorpreso. Ecco, così ci si era presentato Putin. Era normale che la decisione di Boris di puntare su di lui non mi stupisse».

 

Finalmente “uno di loro”, un membro della Famiglia

Nell’agosto del 1999 Yeltsin nominò il quinto premier in diciassette mesi.«Vladimir Vladimirovich Putin» annunciò, «prenderà il posto di Sergei Stepashin».E non fu tutto: Yeltsin in quell’occasione annunciò anche ai russi che Putin era il successore, la persona che avrebbe continuato a portare avanti le riforme democratiche da lui iniziate.«Voglio che quelli che si recano alle urne il prossimo luglio abbiano in lui la stessa fiducia che ho io» disse Yeltsin. Putin accettò la sfida di buon grado: «Siamo soldati» disse,«la decisione è stata presa e la porteremo a compimento».Erano esattamente le parole che Yeltsin voleva sentir pronunciare, mi racconta la fonte che si occupava delle relazioni tra i servizi speciali e il Cremlino. La Famiglia, che per tutta l’estate aveva guardato con terrore all’avanzare delle forze nemiche, tirò finalmente un sospiro di sollievo. Aveva trovato il candidato ideale, la persona che soddisfaceva tutti. Putin era allora quasi sconosciuto ai più: aveva soltanto quarantasei anni, era di poche parole e, nonostante i quindici anni passati nella Germania dell’Est a servire il Kgb,nessuno sembrava sapere bene chi fosse. Neanche i colleghi che avevano lavorato con lui avevano un’idea precisa di ciò di cui si era occupato esattamente il tenente colonnello Putin a Dresda, dove avesse lavorato o abitato. Quando un cronista della televisione russa gli chiese di raccontare qualcosa di sé, di farsi conoscere dal pubblico,Putin disse: «Moglie, due figlie di tredici e quattordici anni». Null’altro. Ma a Berezovsky e alla Famiglia del passato di Putin poco importava. Si sentivano ancora una volta invincibili. Avevano la carta giusta. A Putin avevano proposto un patto: una volta al Cremlino lui sarebbe stato il presidente solo de iure, perché de facto le redini avrebbero continuato a tenerle loro, mi racconta la fonte del Cremlino. Putin aveva acconsentito senza fare obiezioni. Il fatto che il candidato fosse sconosciuto ai più e che alcune malelingue lo chiamassero «il tenente colonnello che non solo non è mai diventato generale, ma neanche colonnello»non preoccupava la Famiglia più di tanto. Rispetto alle elezioni del 1996, vincere le successive sarebbe stato un gioco da ragazzi. Agli elettori questa volta non sarebbe stato proposto un uomo anziano consumato dall’alcol e dalle malattie,ma un giovane ex agente con una storia ancora da scrivere. Ci avrebbero pensato i politologi e i media del Cremlino a comporla. E infatti erano già al lavoro. Bisognava subito affrontare un problema preliminare: il candidato Putin doveva avere una base di sostegno politico che gli permettesse di battere la coppia Primakov-Luzhkov alle elezioni parlamentari di dicembre e sbarrare così la strada verso la presidenza al temuto nemico della Famiglia. Gli abili politologi del Cremlino crearono allora nel mese di settembre Yedinstvo (Unità), un partito senza alcuna ideologia politica se non quella di dare il necessario supporto a Putin. Il nuovo partito fu registrato a ottobre,a due mesi dalle elezioni parlamentari. Berezovsky si lanciò di nuovo nella campagna elettorale:setacciò tutte le regioni con il suo aereo privato per incontrare i governatori e convincerli a schierarsi con Putin. Si trattava di ottenere la vittoria di Unità e a ognuno promise posti di rilievo nel futuro governo. Qualcuno però pensava – forse a ragione – che il partito Yedinstvo non sarebbe stato sufficiente a trasformare lo sconosciuto Vladimir Putin nell’eroe televisivo che i russi avevano detto di sognare in quel famoso sondaggio commissionato qualche mese prima dal Cremlino…

 

Il settembre nero

Via Shikhsaidova, periferia di Buinaksk, la seconda città più grande del Daghestan.Gli intrighi del Cremlino, il loro erede al trono, le beghe della Famiglia, la nascita di Yedinstvo erano solo geograficamente lontani da questa cittadina del Caucaso del Nord. La sera del 4 settembre 1999 le strade erano deserte: i residenti – per lo più soldati russi della centocinquantaseiesima brigata e le loro famiglie – erano in casa a tifare perla squadra dell’Ucraina che giocava contro la Francia. Di colpo, una violenta esplosione fece saltare in aria vetri, cadere intonaci, tremare porte, tavoli e sedie e sparire dagli schermi le immagini dei calciatori. Un timer nascosto su un camion aveva fatto deflagrare una grande carica esplosiva alle ore 21.40, riducendo il palazzo di cinque piani lì accanto a un cumulo di macerie. In un attimo,furono inghiottite le vite di sessantadue persone, tra cui undici bambini. I feriti si contavano a centinaia. La milizia poi troverà, su indicazione di un passante, un altro camion, che sostava tra l’ospedale militare e il fatiscente complesso residenziale, con un ordigno programmato per esplodere all’una e trenta. Cinque giorni più tardi una scena simile si ripeté in un’altra periferia, quella sudorientale di Mosca. Poco dopo la mezzanotte, in via Guryanova 19, una potente esplosione spaccò in due tronconi un edificio di nove piani e sei entrate. La deflagrazione fu così violenta da mandare in frantumi i vetri di tutti gli edifici nel raggio di mezzo chilometro e ribaltare le macchine parcheggiate nella zona. Gli esperti calcoleranno in seguito una potenza equivalente a quattrocento chilogrammi di tritolo. In questo secondo attentato morirono centosei persone. Quattro giorni dopo, un altro attacco. Alla periferia di Mosca, sulla Kashirskoye Shosse (nella zona sud), dove una bomba fatta esplodere nello scantinato del palazzo n.6/3 alle cinque del mattino uccise nel sonno centoventiquattro persone. Dell’immobile di otto piani rimasero solo macerie fumanti e corpi a brandelli. La potenza delle quattro esplosioni era stata tale da scagliare tonnellate di detriti a centinaia di metri di distanza,svegliando di soprassalto anche gli abitanti dei quartieri confinanti. I russi impararono allora una nuova parola: geksogen,esogeno, il nome dell’esplosivo che era stato fatto saltare negli scantinati delle case. Chiamato anche Rdx, l’esogeno viene usato per scopi militari e industriali e ha l’aspetto di una polvere bianca cristallina. Il giorno dopo l’attentato sulla Kashirskoye Shosse, le autorità annunciarono d’aver trovato e disinnescato un’altra bomba in via Borisovskiye Prudy, sempre nella periferia sud della capitale. Mosca era nel panico. Ci si chiedeva quale sarebbe stato il prossimo palazzo a saltare in aria e la notte nessuno riusciva a prender sonno. Era difficile addormentarsi anche per quelli che come me non vivevano in un quartiere dormitorio della periferia,ma vicino al centro, in zone più controllate e difficili da raggiungere da parte di eventuali attentatori. Andavo a dormire vestita. Le immagini delle persone nude, indifese, coperte di sangue e calcinacci, estratte dai detriti mi ossessionavano. Pensavo che se qualcosa fosse successo nel nostro palazzo, non mi sarei fatta trovare nuda per essere poi inquadrata da impudiche telecamere e obiettivi. Appresi poi da un articolo su «Argumenty iFakty» che questa era una paura alquanto diffusa: colpiva non solo quelli che, come me, dovevano assistere a tali brutalità per dovere professionale, ma anche i cittadini comuni. Un uomo, lessi sul giornale, aveva litigato con la moglie perché questa gli impediva di dormire con i valenki.(24)La città era sotto assedio. Ma la tragedia che aveva spazzato via centinaia di vite umane aveva avuto l’effetto di rendere i contatti tra gli abitanti di questa scontrosa megalopoli più umani. Il mio vicino di casa, che a malapena abbozzava un sorriso quando lo incontravo in ascensore,ora mi salutava e mi teneva la porta aperta: ero un viso che conosceva, dunque rassicurante, non gli facevo paura. Le autorità avevano proclamato lo stato d’allerta. Tutte le macchine che entravano nella capitale venivano controllate. Gli scantinati e le mansarde dei palazzi furono chiusi per evitare che qualcuno potesse minarli con cariche di esogeno. Sin dai tempi sovietici le cantine vengono usate come locali per le tubature dell’acqua e del gas mentre quelle del riscaldamento sono nelle mansarde. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica questi locali diventavano spesso rifugio invernale per senzatetto e alcolizzati. I nostri vicini, come la maggior parte dei moscoviti e degli abitanti delle altre città della Russia, si organizzarono in ronde notturne suddivise in turni. Pattugliavano alla luce delle torce le strade vicine al nostro palazzo, fermando ogni estraneo dall’aria sospetta, cui chiedevano i documenti. Quando vedevano una macchina sconosciuta parcheggiata nei paraggi chiamavano la milizia per i controlli. Anche a Volgodonsk, cittadina della regione di Rostov,erano tutti in allerta. All’alba del 16 settembre diverse famiglie che vivevano al n. 35 della Oktyabrskoye Shosse furono svegliate da strane telefonate.«Come fai a dormire con la morte dietro l’angolo?» chiedeva la voce di un giovane uomo a un residente.«Come ti senti con la morte di fronte?» diceva una voce maschile (forse la stessa?) a un altro inquilino. Strane telefonate. Le due persone che le avevano ricevuteraccontarono poi di aver chiuso la comunicazione e di essere tornate a letto, pensando a uno scherzo di cattivo gusto. Si sentivano al sicuro, visto che la milizia aveva controllatola sera prima scantinati e soffitte sotto i loro occhi enel palazzo non c’era traccia di esplosivo. Le ronde garantivano che nessun estraneo si potesse avvicinare e tutto era dunque perfettamente calmo e immerso nel silenzio più assoluto. Nessuno aveva dato importanza al fatto che,dieci minuti prima delle sei, un camion di marca Gaz-53aveva parcheggiato accanto all’ingresso n. 35. Lo faceva ogni mattina da sei mesi: niente di sospetto dunque. Ma otto minuti dopo aver parcheggiato, il camion saltò in aria con una deflagrazione così violenta e potente da far sparire in un attimo l’intera facciata del palazzo e la vita di diciannove persone. Al posto del camion rimase una fossa profonda tre metri. Si calcolò che l’esplosione fosse stata di potenza pari a 800-1800 chilogrammi di tritolo. Era ormai la quarta volta in due settimane che il Paese si trovava inchiodato davanti alla televisione, impietrito dall’orrore, di fronte alle immagini dei soccorritori che scavavano sotto le macerie nel vano tentativo di trovare qualcuno ancora in vita. Molti di noi ricordano tuttora quelle scene terribili che avremmo dovuto descrivere in quanto giornalisti: sangue,brandelli di corpi intrappolati tra macerie, frammenti di oggetti che solo il giorno prima facevano parte della vita quotidiana e che ora provocavano strazianti scene di disperazione nei sopravvissuti.«È la scarpetta della mia nipotina, vedete? È la sua scarpetta» urlava una donna di mezza età tenendo stretto quel che rimaneva di una calzatura da tennis che forse era stata di color rosa.«Ma perché ci hanno fatto questo? Perché? Che abbiamo fatto noi? Perché anch’io non sono morto con loro?»piangeva dondolandosi avanti e indietro un povero vecchio mentre tra le mani teneva una tazza di tè portatagli da qualche vicino impietosito. Quell’uomo aveva perso in Ulitsa Guryanova la moglie, la figlia e un nipote in quel tragico 9 settembre. Lui si era salvato solo per miracolo restando illeso. Aveva la faccia coperta da una sottile polvere grigia che ne marcava i solchi delle rughe, facendolo sembrare una disperata statua di cemento vivente.«Pochemu? Perché?» ripeteva in continuazione, senza più lacrime. Sin dalla prima esplosione le autorità puntarono il dito sui ceceni. Il 6 e il 7 agosto, infatti, più di mille wahhabiti ceceni e daghestani guidati dai comandanti Shamil Basayev e Ibn Al-Khattab avevano varcato dalla Cecenia il confine nordoccidentale del Daghestan e occupato alcuni villaggi wahhabiti della zona. Tre giorni dopo, il 10 agosto, i guerriglieri ceceni avevano annunciato la nascita dello Stato indipendente islamico del Daghestan e dichiarato guerra sia alle forze occupanti russe sia al governo centrale del Daghestan. Basayev si proclamò emiro di questo nuovo Stato islamico. Il guerrigliero di origine araba Khattab dice che il loro obiettivo era quello di creare uno Stato islamico che si estendesse dal Mar Nero al Caspio. È proprio in seguito – e a causa – dell’attacco al Daghestan che Yeltsin destituisce il premier Stepashin: al suo posto, il 9 agosto, nomina Putin. Dopo alcuni giorni di indecisione, il nuovo premier fa arrivare sul posto alcuni reparti dell’esercito russo che a fatica riescono a riprendere il controllo dell’area. Parlando al Consiglio federativo – la camera alta del parlamento russo – nove giorni dopo la sua nomina, Putin disse che l’accordo firmato dalla Russia con il presidente ceceno Aslan Maskhadov nel 1996 a Khasavyurt, in Daghestan, era stato un grosso errore. Quell’accordo, che aveva messo fine alla prima guerra cecena, da molti esperti internazionali era stato considerato come il riconoscimento di fatto da parte della Russia dell’indipendenza cecena, anche perché prevedeva il ritiro delle truppe russe entro la fine dell’anno e la definizione dello status del nuovo Stato indipendente prima della fine del 2001.

Il mistero di Ryazan

La sera del 22 settembre, a Ryazan, Artur fumava l’ennesima sigaretta della giornata e con le braccia appoggiate sul muretto del balcone rifletteva sui mille vani tentativi dismettere di fumare. La tosse del fumatore non gli dava tregua,ma lui stava ugualmente fuori per il rituale avvelenamento del dopocena, mi racconta con ironia.«Morirai con la sigaretta in bocca» gli diceva Yelena – sua moglie – dalla cucina. La sigaretta invece salvò loro la vita. Tra un tiro e l’altro, Artur notò infatti tre individui che da una Zhigulì bianca con la targa di Mosca, parcheggiata presso l’ingresso delle cantine del loro palazzo, scaricavano dei sacchi che contenevano qualcosa. Anche a Ryazan la gente era nel panico. In ogni quartiere le persone si erano organizzate per fare le ronde e qualsiasi situazione anomala era causa di allarme. Quegli individui insospettirono Artur, che decise di chiamare la milizia; questa peraltro aveva già inviato un’autopattuglia a controllare, perché evidentemente anche altri inquilini avevano dato l’allarme. La Zhigulì bianca comunque sparì poco prima dell’arrivo della polizia e quando gli agenti scesero nello scantinato trovarono sacchi con cinquanta chilogrammi di esplosivo collegati a un detonatore e a un timer programmato per esplodere alle 5.30 del mattino. Yuri Tkachenko, il capo della squadra artificieri locali,disconnesse il detonatore e il timer, dopodiché fece sottoporre ad analisi la sostanza bianca dei tre sacchi con un analizzatore di gas MO-2. Il risultato del test fu che si trattava di esogeno, lo stesso esplosivo militare che era stato usato negli attentati precedenti. Tutto sembrava dunque chiaro: i terroristi volevano far saltare l’edificio, ma per fortuna erano stati fermati in tempo. Circa trentamila residenti furono fatti evacuare dalla zona.«Eravamo nel panico. Abbiamo lasciato casa con quello che avevamo addosso. Non abbiamo preso nulla, temevamo solo per la nostra vita» racconta Artur. Tutte le macchine della polizia di Ryazan e gli agenti furono richiamati in servizio. Oltre milleduecento uomini armati pattugliavano le strade della città prestando particolare attenzione a stazioni e fermate degli autobus. Ogni angolo di Ryazan fu controllato.«Ryazan sembra in stato d’assedio» commentava la televisione mandando continuamente in onda l’identikit dei presunti terroristi. La milizia aprì un fascicolo per terrorismo. Il giorno dopo il ministro degli Affari interni Vladimir Rushailo annunciò che la milizia era riuscita a prevenire un attentato terroristico, e quella stessa sera in un’intervista su Rtr il premier Putin si congratulò con loro e con i cittadini di Ryazan per quello che avevano fatto. Promise poi vendetta con una dichiarazione davanti alle telecamere destinata a diventare famosa: «Se [i terroristi] sono all’aeroporto,[li colpiremo] all’aeroporto. E, voi mi scuserete,ma se li prendiamo in bagno, li facciamo fuori nel cesso. E il problema sarà così risolto in modo definitivo».Con questa esternazione si completò la metamorfosi di Putin come leader politico. Putin inaugurò in quel momento il linguaggio duro che ne caratterizzerà poi il personaggio. La frase mochit v sortire – far fuori nel cesso – divenne un’espressione idiomatica assai popolare in virtù del significato molto forte. Il verbo mochit non è infatti di uso comune,ma fa parte del gergo dei criminali, anzi dei killer. Il giorno dopo l’aeronautica militare bombardava l’aeroporto di Grozny, la capitale cecena. Sempre la sera del 23 settembre il portavoce dell’Fsb, il generale Aleksander Zdanovich, raccontava su Ntv nel programma Geroi Dnya (Eroe del giorno), che si stava analizzandola sostanza esplosiva per determinarne la provenienza. A Ryazan intanto la milizia e l’ufficio locale dell’Fsb lavoravano a pieno ritmo per individuare i terroristi. Tutti i riflettori erano puntati su di loro perché la vicenda aveva avuto un risalto nazionale.«Avevamo l’adrenalina a mille. Li volevamo prendere. Sentivamo che i terroristi erano ancora a Ryazan. Non potevano aver lasciato la città: non ne avevano avuto il tempo» mi raccontava Sergei, uno degli agenti della squadra di Ryazan. E la sera del 23 settembre la polizia riuscì a catturare i responsabili. Un’operatrice del centralino che stava lavorando per intercettare eventuali chiamate dei terroristi aveva ascoltato una conversazione sospetta. «Dividetevi» diceva la voce di qualcuno che non si trovava a Ryazan, «così sarà più facile scappare e non farvi prendere».La donna dette subito l’allarme e i terroristi furono fermati.«Non credevo ai miei occhi, quando ci mostrarono i documenti. Erano tutti agenti dell’Fsb» mi dice Sergei.«All’inizio pensammo che fossero documenti falsi, ma poi arrivò una telefonata da Mosca che ci ordinava di lasciarli liberi ed è quello che abbiamo dovuto fare».Il giorno dopo il direttore dell’Fsb Nikolai Patrushev annunciò che l’incidente di Ryazan altro non era che una semplice esercitazione dell’Fsb. E che quello che all’inizio si era pensato fosse esogeno era zucchero. In quanto al detonatore, si trattava di una innocua scatola di plastica. Gli abitanti della casa non avevano corso alcun pericolo reale: era stata una messinscena per testare quanto il Paese fosse pronto ad affrontare la minaccia del terrorismo. Patrushev dirà inoltre che esercitazioni del genere si erano tenute in varie città della Russia e che quella di Ryazan era soltanto l’ultima di una lunga serie. Dove fossero avvenute queste «altre» esercitazioni resta tuttora un mistero. L’annuncio di Patrushev colse la milizia di Ryazan di sorpresa.«Non capivamo cosa stesse succedendo. Solo mezz’ora prima il ministro degli Affari interni ci lodava per l’ennesima volta come esempio di comportamento da tenere per debellare il terrorismo. Ora invece si scopriva che non viera stata alcuna minaccia, che era stata tutta una finta» mi racconta con rabbia Sergei, «e ci sentivamo a dir poco presi per i fondelli. Discutendo poi con i colleghi arrivammo alla conclusione di essere pedine di un gioco più grande di noi, organizzato da gente che perseguiva interessi tali da meritare il sacrificio di centinaia di connazionali».E argomenta questa sensazione: «Come si spiegherebbe,diversamente, il fatto che non siamo stati avvertiti che si trattava di un’esercitazione? Il pericolo per noi era reale: abbiamo dovuto far evacuare migliaia di persone e controllare ogni casa per accertarci che non vi fossero esplosivi. Ogni volta che entravo in uno scantinato o in una mansarda deserta mi sentivo le vene pulsare alle tempie per la tensione. Avevo paura di trovare un ordigno e di non fare in tempo a disinnescarlo. E adesso Patrushev ci diceva che era stata soltanto un’esercitazione. Ho preso parte a decine di esercitazioni, ma sapevamo sempre che erano tali. Questa è la prassi, perché non saperlo può essere pericoloso. In situazioni come quella di Ryazan, la tensione e la stanchezza sono tali che può bastare un attimo perché tutto vada storto. E se fosse partito un colpo? Se qualcuno degli inquilini si fosse fatto prendere dal panico e ci avesse rimesso la vita? Cosa avrebbe detto Patrushev? Per due giorni abbiamo corso come pazzi senza dormire né mangiare. Poi vengono e ci dicono: “Bravi, buon lavoro, ottima esercitazione”. Ma stiamo scherzando?»

Oltre alla milizia, anche il governatore di Ryazan Vyacheslav Lyubimov e il capo dell’Fsb della regione dissero di non aver saputo nulla di un’esercitazione. Inoltre non era noto chi fosse stato il comandante responsabile –semmai ce ne fosse stato uno. Le domande che ancora oggi restano senza risposta riguardo alla vicenda di Ryazan sono molte, ma una in particolare si impone: perché, se si trattava di un’esercitazione,l’Fsb ha aspettato due giorni per annunciarlo? Due giorni in cui le autorità – Putin incluso – si erano rese ridicole agli occhi del pubblico rilasciando dichiarazioni che sottolineavano l’importanza dell’operazione nella cittadina. In quei due giorni, dettaglio non trascurabile, l’artiglieria russa aveva iniziato a bombardare Grozny: la vicenda di Ryazan – aveva detto Putin – era stata l’ultima goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Un’altra importante domanda è questa: perché gli eventi di Ryazan sono diventati «un’esercitazione» soltanto dal momento in cui la milizia ha catturato i presunti terroristi, poi rivelatisi agenti dell’Fsb? Com’è possibile che secondo l’analisi preliminare i sacchi contenessero esogeno e che poi l’esogeno si fosse trasformato in zucchero?Ho parlato con diversi esperti di materiali esplosivi e mi hanno tutti assicurato che le due sostanze non si possono confondere. Inoltre, gli abitanti di Ryazan ricordano ancora oggi che dopo le analisi i sacchi rimasero fuori a lungo sottola pioggia e il loro contenuto aveva assunto un aspetto melmoso,anziché sciogliersi come avrebbe fatto lo zucchero.«L’operazione di Ryazan è stata un disastro completo,una dimostrazione che nella vicenda delle esplosioni c’era lo zampino dell’Fsb e non quello dei terroristi ceceni. Quando gli esplosivi che gli agenti avevano piazzato furono scoperti, l’Fsb decise di prendersi il merito di aver prevenuto un attacco terroristico. Ma quando i colleghi di Ryazan – all’oscuro dei giochi di Mosca – stavano per arrestare i “terroristi”, Patrushev dette ordine di fermare l’operazione, che si trasformò di colpo in un’esercitazione. Questo spiega perché dopo la vicenda di Ryazan non ci furono altri attentati». Sono le conclusioni di un agente dell’intelligence militare esperto delle relazioni con la Cecenia che seguiva da vicino le vicende: «Era venuto allo scoperto il solito caos che regna alla Kontora».

Gaffe alla Duma

La vicenda di Ryazan non è l’unica che permetta di puntare il dito sulla Kontora. La sessione della Duma del 13 settembre era molto tesa. Il giorno prima era esplosa la casa nella Kashirskoye Shosse e, secondo una nota arrivata al portavoce Gennady Seleznyov, un altro abitato era saltato in aria la notte precedente.«A Volgodonsk» riferisce Seleznyov, secondo quanto si legge nel resoconto stenografico della sessione. I deputati rimasero senza parole. Solo in seguito si scoprirà che quella notte nessun palazzo era saltato a Volgodonsk. L’esplosione, invece, ci sarebbe realmente stata, ma soltanto tre giorni dopo. Quando nella sessione successiva della Duma un deputato chiese delucidazioni su questa incredibile sequenza di eventi, Seleznyov gli spense semplicemente il microfono. Seleznyov non dirà mai da chi gli era stata consegnatala nota. Questo è oggi il commento dell’agente dell’intelligence militare: «La spiegazione è semplice e ha sempre a che fare con il marasma interno alla Kontora: qualcuno sapeva dove dovevano avvenire gli attentati, però ha pasticciato con date e luoghi. E nessuno ha poi cercato di rimediare». Malgrado tutte queste scandalose incongruenze e sospetti, i sanguinosi attentati diventarono invece il casus belli per la seconda guerra cecena, riqualificata questa volta come «operazione antiterroristica». Subito dopo il bombardamento dell’aeroporto di Grozny, il 29 settembre,le truppe federali russe varcarono i confini ceceni. Cominciò così una guerra sanguinosa. La violenza cresceva di pari passo con la popolarità di Putin, che finalmente incarnava il collettivo desiderio di vendetta contro i terroristi ceceni, presunti autori degli attentati.

La versione ufficiale e tentativi di un’indagine indipendente

Le indagini sugli attentati condotte dall’Fsb si conclusero nel 2002. Secondo la versione ufficiale gli attacchi terroristici furono organizzati e messi in atto da un gruppo che prendeva ordini da due comandanti di origine araba, Abu Umar e Ibn Al-Khattab, e dal ceceno Basayev. Il gruppo degli attentatori sarebbe stato addestrato nei campi dei ribelli ceceni di Serzhen-Yurt e Urus-Martan. Il capogruppo, il caraciai-circasso(25)Achemez Gochiyayev, avrebbe ricevuto cinquecentomila dollari per realizzare gli attentati e al suo servizio avrebbe avuto otto persone. Curiosamente, nessuno – né Gochiyayev né i suoi presunti compagni terroristi – era ceceno. Secondo le autorità, cinque di questi terroristi furono uccisi in combattimento in Cecenia e in Georgia, due sono latitanti e due stanno scontando l’ergastolo. Secondo la versione del Fsb, avrebbero nascosto gli esplosivi in un deposito di Kislovodsk, nella regione di Stavropol (Caucaso del Nord). Poi, all’inizio di settembre, sarebbero andati a Mosca dove avrebbero trovato Gochiyayev e Denis Saitakov. Gochiyayev avrebbe anche provveduto ad affittare gli scantinati dove veniva custodito l’esplosivo. Questa versione, però, convince poco. Benché le autorità sin dal primo momento avessero accusato i ceceni, gli esperti di terrorismo li consideravano tecnicamente incapaci di condurre un’operazione vasta e complessa. Gli attentati, dissero, non erano alla portata di gente come Basayev e Khattab. Avrebbero potuto, semmai,essere opera di gruppi ben addestrati paragonabili all’Ira irlandese o ad al-Qaeda di Osama Bin Laden.Un altro elemento sospetto della versione ufficiale è il fatto che nessun leader ceceno abbia mai rivendicato quegli attentati. Che senso avrebbe avuto compiere attentati di quella portata senza poi assumersene la responsabilità politica e militare? E infine: perché mai i ceceni non scelsero un obiettivo militare? (Ce n’erano a centinaia vicino al loro confine nel 1999). Perché rischiare trasportando gli esplosivi fino a Mosca? Tutte domande senza risposta alle quali tento di dare una spiegazione.

Incontro Mikhail Trepashkin nella primavera del 2008. Nonostante fosse uscito in libertà soltanto qualche mese prima dopo quattro anni di carcere duro, non aveva perso il suo solito buonumore. Trepashkin aveva lavorato al Direttorato investigativo del Kgb e poi, all’inizio degli anni Novanta, era passato all’Fsb, Direttorato di sicurezza interna. Nel 1997,(26)nauseato dalla corruzione diffusa della Kontora, lasciò l’Fsb e diventò avvocato. Amico di Aleksander Litvinenko, l’agente avvelenato a Londra nel 2006,(27)Trepashkin era stato invitato dal quii deputato liberale Sergei Yushenkov a far parte di una commissione parlamentare, diretta da Sergei Kovalyov, che si proponeva di condurre indagini obiettive e indipendenti sulle esplosioni. Trepashkin aveva poi accettato di rappresentare come avvocato le sorelle Tatyana e Alyona Morozov che avevano perso la madre nell’attentato di via Guryanova. Nei giorni successivi alle esplosioni di Mosca, la milizia,grazie alla testimonianza di Mark Blumenfeld, amministratore del condominio di via Guryanova, era riuscita a tracciare l’identikit della persona che ne aveva affittato lo scantinato. L’immagine dell’uomo fu mostrata in televisione e pubblicata sui giornali. Trepashkin vi riconobbe Vladimir Romanovich, un agente dell’Fsb infiltrato nei gruppi ceceni, una sua vecchia conoscenza. Nel 1996 lo aveva infatti arrestato con una banda di criminali ceceni che estorcevano denaro, ma il giorno dopo aveva dovuto liberarlo per ordine dei suoi superiori. Ma accadde nuovamente qualcosa di strano: il disegno dell’identikit di Romanovich scomparve e venne sostituito da un altro che somigliava a Gochiyayev. Blumenfeld raccontò a Trepashkin e ai giornalisti che l’Fsb lo aveva costretto a ritrattare la sua prima testimonianza e a identificare Gochiyayev come la persona che aveva affittato lo scantinato. Romanovich morì a Cipro, investito da una misteriosa auto pirata, qualche mese dopo gli attentati. Nell’aprile del 2002 Gochiyayev mandò all’ex agente dell’Fsb Litvinenko, che dal suo esilio londinese aveva iniziato a indagare sugli attentati, una deposizione scritta in cui riferiva che un vecchio compagno di scuola, forse collaboratore dell’Fsb, gli aveva chiesto il favore di affittare per suo conto alcuni scantinati da usare come depositi per prodotti alimentari da vendere a Mosca. Dopo la seconda esplosione, Gochiyayev si rese però conto di essere diventato un complice involontario. Chiamò allora la milizia e fornì gli indirizzi di altri due scantinati da lui presi in affitto,riuscendo così a scongiurare altri attentati. Gochiyayev dichiarò inoltre di aver dovuto lasciare la Russia perché suo fratello, un poliziotto, gli aveva detto che l’Fsb intendeva liquidarlo. «Gochiyayev veniva dalla Caraciaievo-Cerkessia, ma viveva a Mosca da dieci anni. Qui si era trasferita quasi tutta la sua famiglia. Aveva un’impresa edile, la Capstroi2000. Se avesse voluto preparare degli attentati, non avrebbe affittato gli scantinati a nome della sua ditta. E avrebbe fatto lasciare la città ai propri familiari mettendoli al sicuro. Per questo, più continuavo a indagare e più mi convincevo che non era stato lui a preparare gli attentati. Feci una richiesta affinché si controllassero i tabulati della milizia per verificare se quelle telefonate fossero veramente avvenute, ma ho incontrato soltanto ostacoli. Sono comunque sicuro che Gochiyayev non c’entrasse nulla; lui era però il candidato ideale. Era infatti nota la sua simpatia per le idee wahhabite» conclude Trepashkin. Il 22 ottobre 2003, alla vigilia del processo di Adam Dekkushev e Yusuf Krymshamkhalov (che secondo l’accusa avrebbero preso parte all’organizzazione degli attentati sotto la direzione di Gochiyayev), Trepashkin non poté presentare le prove che aveva raccolto contro l’Fsb in tribunale, perché fu fermato dalla milizia e arrestato. Gli agenti avrebbero trovato una pistola nel cofano della sua macchina e lui fu incriminato per possesso illegale di armi, processato e condannato da una corte militare a quattro anni di carcere per detenzione di armi e diffusione di segreti di Stato. L’uomo che lavorava al Cremlino e si occupava delle relazioni tra le diverse agenzie dei servizi segreti mi raccontò che solo dopo le esplosioni era riuscito a capire il motivo degli strani movimenti da lui notati in quella primavera,contemporanei alla vicenda del procuratore generale Skuratov, quando Putin era ancora a capo dell’Fsb.«Per il lavoro che svolgevo dovevo parlare con diversi rappresentanti delle spetssluzhby e mi ero così potuto rendere conto del fatto che in Cecenia si preparava una nuova guerra. Non sto parlando di un piano concreto che coinvolgeva tutte le spetssluzhby russe, non erano – e non sono – capaci di organizzare e coordinare piani di grande portata, ma di alcuni gruppi all’interno di queste. All’improvviso avevamo assistito alla ripresa di una serie di attività e si capiva che questi gruppi cominciavano a guardare verso la Cecenia e a riallacciare vecchi contatti con i guerriglieri» mi racconta l’uomo del Cremlino, «a quel tempo però ancora non capivo a cosa sarebbe servita una nuova guerra. E chi, in quel periodo di caos al Cremlino, ne avrebbe tratto vantaggio». Anche l’agente che lavorava per l’intelligence militare e ha partecipato a diverse missioni segrete nella Repubblica mi conferma questo racconto.

«La Cecenia è sempre stata piena di agenti delle spetssluzhby. Tutti i guerriglieri radicali erano legati a loro. Poco prima del crollo dell’Unione Sovietica il Kgb aveva creato il cosiddetto Partito della rinascita islamica e vi aveva infiltrato molti agenti del V Direttorato del Kgb, che aveva il compito di sorvegliare e talvolta eliminare i dissidenti. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, la prima cosa che il presidente ceceno Dzhokhar Dudayev fece, dopo la dichiarazione d’indipendenza dalla Russia, fu di dare ordine ai suoi uomini (uno di loro è un mio caro amico) di distruggere gli archivi del Kgb. Perché? Non voleva che si sapesse chi erano fra loro i collaboratori del Kgb. Vi erano infatti persone molto note in Cecenia, considerate al di sopra di ogni sospetto, che avevano sempre mantenuto i legami con i colleghi passati all’Fsb. Dopo la prima guerra cecena e la pace di Khasavyurt nel 1997, Aslan Maskhadov è stato eletto presidente. Ora, Maskhadov era appoggiato da noti comandanti in campo come Akhmed Zakayev e Magomed Khambiyev (il ministro della Difesa), ma c’era anche un gruppo che gli si opponeva. Gli esponenti più conosciuti di questa fazione erano i wahhabiti Shamil Basayev, Khattab e Arbi Barayev. Se escludiamo gli arabi, tutta l’opposizione a Maskhadov era legata agli spetssluzhby russi. Sono state proprio queste persone a invadere il Daghestan nell’agosto del 1999 e a quell’epoca, ricordiamolo, Putin era ancora il capo dell’Fsb. L’Fsb aveva promesso loro che avrebbero potuto tenersi il Daghestan e trasformarlo in un emirato islamico. Ma si rimangiarono la parola». «Arbi Barayev e i fratelli Akhmadov erano i responsabili della maggior parte dei sequestri di persona nella Repubblica durante il regno di Maskhadov. Dunque quando iniziò la seconda guerra cecena Barayev avrebbe dovuto essere considerato il nemico numero uno per i russi,mentre invece si muoveva liberamente su tutto il territorio ceceno e attraversava i posti di blocco con una tessera di agente dell’Fsb. E, quando veniva a Mosca, risiedeva negli appartamenti dell’Fsb».Chiedo alla fonte del Cremlino che coordinava i lavori con le spetssluzhby se il presidente e il suo entourage sapevano che ci sarebbe stata l’invasione del Daghestan, e lui mi dice di no. Questo significava che la Famiglia e il presidente stesso ancora ignoravano che c’era qualcun altro che lavorava al progetto Putin. «Quando Basayev e Khattab invasero il Daghestan, per il Cremlino era stata una spiacevole sorpresa. Erano tutti sotto shock e per alcuni giorni l’unica forza che combatteva contro i guerriglieri era la milizia del Daghestan. Poi si mise finalmente in moto lo Stato maggiore della Difesa,ma se i Daghestani non avessero da soli opposto resistenza, Basayev e Khattab avrebbero preso senza difficoltà la capitale Makhachkalà».

Gli attentati, racconta l’agente dell’intelligence militare,furono organizzati dal gruppo che all’interno dell’Fsb sosteneva l’elezione di Putin.

«L’invasione del Daghestan e poi gli attentati dovevano far credere all’opinione pubblica che la Russia era sottoattacco e che il Paese aveva dunque bisogno di un uomo forte, in grado di affrontare una situazione eccezionale. E l’uomo forte sarebbe stato Putin» spiega.

«Ma perché uccidere così tante persone? Potevano fingere di aver catturato qualcuno che stava per organizzare un attentato» gli chiedo.

«Questo a loro non è neanche venuto in mente. Non fa parte del loro modo di ragionare. In Russia la vita umana non ha mai avuto alcun valore: era così ai tempi dello zar e oggi nulla è cambiato, specialmente negli ambienti delle spetssluzhby. Che cosa vale la vita di trecento persone quando in ballo c’è il potere, che in Russia è anche sinonimo di denaro? Oltre ai cittadini innocenti sono stati eliminatigli agenti e i collaboratori che hanno contribuito all’impresa. All’organizzazione degli attentati ha partecipato anche una banda di agenti del Kgb ceceno comandata da un informatore dell’Fsb: questa banda aiutava alcuni gruppi dell’Fsb a sbrigare lavori sporchi – omicidi, rapimenti,attentati – in cambio di protezione. Ebbene, dopo gli attentati tutti i membri della banda sono stati uccisi. Romanovich, un altro agente che lavorava per loro, morì misteriosamente a Cipro. Basayev e Khattab(28)furono liquidati. Tutti gli agenti – parlo delle pedine piccole – che hanno collaborato agli attentati sono morti».

«Non bisogna comunque pensare che tutto l’Fsb abbia lavorato per far vincere le elezioni a Putin. Vi erano alcuni agenti che lo appoggiavano e che avevano interesse a prendere il potere, e furono costoro a organizzare tutto,ma in maniera rozza e imprecisa: basta pensare a quello che è successo a Ryazan o alla nota ricevuta dallo speaker della Duma. Hanno lasciato tracce dappertutto e poi, per eliminarle, hanno fatto fuori le persone che li avevano aiutati, per evitare che parlassero oppure che ricattassero qualche pezzo grosso della Lubyanka. Non bisogna pensare all’Fsb come a un’organizzazione compatta che combatteva unita su un unico fronte: all’interno della Kontora ci sono infiniti gruppi, sottogruppi, organizzazioni e alleanze con interessi diversi».

Akhmed Zakayev era stato un attore del teatro nazionale di Grozny. I ruoli di Amleto e di Coriolano erano i suoi cavalli di battaglia. Con lo scoppio della prima guerra cecena del 1994-96, Zakayev lasciò il palcoscenico per imbracciare le armi e unirsi alla guerriglia indipendentista del suo Paese, diventando uno dei comandanti più abili. E, dopo aver perso le elezioni del 1997 (quando la Cecenia era de facto indipendente), divenne il vice primo ministro del presidente Maskhadov e il suo braccio destro. Zakayev – che le autorità russe chiamavano «il loro Osama bin Laden» – aveva lasciato la Cecenia dopo essere stato ferito all’inizio del secondo conflitto e aveva trovato anche lui asilo politico in Inghilterra. Ed è per questo motivo che posso incontrarlo nel cuore di Londra, a Piccadilly Circus.

«Non avevamo alcun interesse a organizzare quegli attentati. Ma nel caso, che senso avrebbe avuto non rivendicarli?E perché poi avremmo dovuto sospendere la strategia terrorista dopo la vicenda di Ryazan?» argomenta.

«Dal momento in cui Putin fu nominato direttore dell’Fsb e poi segretario del Consiglio di sicurezza, i contatti tra governo ceceno e russi si interruppero di colpo. Aumentarono in compenso i sequestri di persona e i russi cominciarono a finanziare i gruppi wahhabiti. Tutto il mondo arabo era a quei tempi sotto il controllo dell’Unione Sovietica e poco dopo, con la salita al potere di Putin, i vecchi contatti del Kgb furono riattivati. Attraverso tali contatti, gli arabi finanziavano queste bande di fanatici religiosi per distruggere il nostro governo. Un documento dei servizi segreti entrato in nostro possesso dice che las ocietà cecena doveva essere spaccata in due attraverso il fanatismo religioso» continua Zakayev.

«Abbiamo controllato i documenti di identità dei wahhabiti: avevano tutti ricevuto il visto a Mosca prima di arrivare in Cecenia. E dopo l’inizio della guerra, hanno tutti lasciato il Paese perché la loro missione era finita».

Zakayev racconta che Maskhadov era consapevole dei tentativi portati avanti da Mosca di radicalizzare la società cecena e provocare un altro conflitto e sapeva anche perché questo conflitto veniva provocato. Ma la fragile repubblica non aveva la forza né i mezzi per opporvisi.

«La guerra è stata pianificata da coloro che hanno portato al potere Putin. Senza quella guerra Putin non avrebbe avuto alcuna probabilità di diventare un eroe popolare evincere le elezioni. Si trattava anche di risollevare il morale dei russi, a terra dopo le ripetute crisi economiche. E di concedere ai nazionalisti una piccola vittoria come quella del Daghestan, per poi annunciare che vi era un nuovo leader:la mano forte di cui la Russia aveva tanto bisogno eper il cui collaudo la Cecenia era perfetta. Gli sciovinisti chiedevano una rivincita, perché non accontentarli?»

Apti Bisultanov è forse il migliore poeta in lingua cecena. Dopo aver combattuto per l’indipendenza diventò ministro degli Affari sociali del governo del presidente Maskhadov. Dal 2002 vive a Berlino. Ci incontriamo a Düsseldorf, nella Renania settentrionale-Vestfalia.

«La guerra, oltre a creare Putin come personaggio popolare,aveva anche un altro scopo» mi spiega. «Per i siloviki rappresentava anche un’enorme fonte di guadagno. Il denaro sporco poteva infatti essere facilmente riciclato nella ricostruzione delle rovine. E poi c’era il petrolio: la Cecenia non è certo l’Arabia Saudita, ma con il mercato nero e lo smercio illegale, il petrolio ceceno diventò un piatto veramente appetitoso. Chi vive in Cecenia vede ogni giorno colonne di cisterne piene di oro nero che si dirigono verso la Russia. Dove vadano e nelle mani di chi, nessuno lo sa. Quelli che hanno cercato di scoprirlo sono diventati“vittime di guerra”. Così, si sono presi due piccioni con una fava: il controllo politico e i ricchi introiti derivanti dal petrolio e dalle ricostruzioni» spiega Bisultanov. Molte delle persone che hanno cercato di capire che cosa fosse veramente successo in quel settembre del 1999 sono state assassinate. Il deputato Sergei Yushenkov, che era il vicecapo della commissione indipendente, è stato ucciso a Mosca nell’aprile del 2003 davanti al portone del caseggiato in cui viveva. A luglio dello stesso anno è morto il deputato e giornalista Yuri Shchekochikhin, un altro membro della commissione. Ufficialmente la morte è stata attribuita a un’allergia, ma i colleghi di «Novaya Gazeta», il giornale per il quale scriveva, sono sicuri che sia stato avvelenato.(29)Shchekochikhin, dicono, aveva manifestato sintomi simili a quelli di Litvinenko. Oltre che sugli attentati,Shchekochikhin indagava su altri affari loschi che coinvolgevano alti ufficiali dell’Fsb.(30) Litvinenko, che nel 2003 ha pubblicato i risultati della sua indagine in un libro, accusando l’Fsb di essere l’artefice delle esplosioni, è stato avvelenato a Londra nel 2006 con il polonio-210. La giornalista Anna Politkovskaya, collega di Shchekochikhin a «Novaya Gazeta», è stata freddata nell’ascensore del suo palazzo nell’ottobre del 2006.(31)A dieci anni dalle esplosioni sulla Kashirskoye Shosse, al posto del palazzo n. 6/3 c’è un monumento di pietra con i nomi delle vittime. Domina fra i simboli religiosi la croce ortodossa con la traversa orizzontale inferiore un po’ rialzata per mostrare il cielo al Buon Ladrone crocifisso assieme a Cristo. L’altro braccio mostra invece gli inferi, dove sarebbe realmente finito il ladrone che non si era pentito.«Spero che chi ha fatto tutto questo vada a finire proprio lì, all’inferno. L’unica nostra speranza è ormai la giustizia divina» mi dice Oleg. Con una mano l’uomo posa un mazzo di garofani rossi ai piedi del monumento e con l’altra sostiene la vecchia moglie che piange. Qui vivevano la loro figlia, il genero e un nipotino. Mi indica i loro nomi incisi sulla pietra.

«La cosa che fa più rabbia è che a distanza di dieci anni non sappiamo chi sia il responsabile: seguitano ad accusare i ceceni, ma chi sono i veri colpevoli?»

Dopo dieci anni sono sempre più numerose le domande delle risposte riguardo a uno dei capitoli più crudeli della storia di questo Paese. Nonostante le inchieste dei giornali, nessuna indagine ufficiale è stata mai aperta per rispondere alla sola domanda che conti: se cioè questa catena di stragi terroristiche fu voluta e realizzata dall’Fsb per portare al potere Vladimir Putin. O se la Russia sia stata tanto fortunata da aver avuto un primo ministro come Putin che è riuscito a debellare i nemici del Paese e a portare stabilità. Forse è stato un caso che i palazzi fatti saltare in aria coni loro inquilini abbiano favorito la vittoria del Putin-politico, riuscito a imporsi come uomo forte capace di riportare l’ordine, ma anche di scatenare un’altra guerra «contro il terrore» in Cecenia? Fu comunque quella guerra a fare di lui l’eroe nazionale. E il presidente della Russia. Sono anche queste le domande che nel caffè di Mosca,tra le tante, pongo a Dmitry.

«Nessuno ha mai fatto tanto per la Russia. Putin è il migliore presidente che il Paese abbia mai avuto».

Ecco: questa è la sua risposta.

E intanto al Cremlino…

Mentre l’opinione pubblica russa era sconvolta dalla sanguinosa catena di attentati di quel settembre del 1999 con cui cominciava la seconda guerra cecena, al Cremlino tutti erano impegnati sul fronte politico. Berezovsky e la Famiglia si affannavano per vincere le parlamentari di dicembre. Ingenti risorse dello Stato erano state dirottate per sostenere Yedinstvo, che la stampa russa aveva definito «partito virtuale». Berezovsky aveva arruolato i migliori consulenti politici e i canali statali lavoravano a pieno ritmo per promuovere la nuova creatura e distruggere il partito rivale della coppia Primakov-Luzhkov. I giornalisti di Ort, canale che raggiungeva ogni angolo dell’enorme Paese con ben undici fusi orari, sotto la direzione di Dorenko avevano lanciato una spietata campagna per distruggere Primakov senza esclusione di colpi. A Luzhkov e Primakov vennero indirizzate accuse gravissime che andavano dalla corruzione all’omicidio, cui si aggiungevano gravi illazioni sul loro stato di salute. Per fare un esempio, in un solo programma televisivo Primakov fu accusato di aver attentato alla vita del presidente georgiano Eduard Shevarnadze e subito dopo denigrato con l’accusa di essere andato in una clinica svizzera per farsi operare a un femore. La tecnica televisiva era micidiale: venivano mostrati in sequenza alternata primi piani di un’operazione al femore e immagini dell’ex premier, con il commento di Dorenko che arringava il pubblico sostenendo che un intervento come quello mandato in onda costava in Svizzera ben cinquantamila dollari. Mentre in patria in qualsiasi ospedale statale un’operazione di quel tipo sarebbe stata gratuita. Intanto scorrevano immagini di tendini recisi, sangue e ancora il primo piano di Primakov. Poi si vedeva Dorenko davanti alla telecamera, con l’aria di chi sta per svelare un gran segreto, rivelare al pubblico che Primakov avrebbe dovuto subire un secondo intervento. Quando? Subito dopo le presidenziali, assicurava.

«Vi ricordate di Yeltsin dopo l’infarto, come tentava di mascherare la sua malattia? Primakov farà lo stesso… Se diventerà presidente avrà tutto il tempo per curarsi durante i quattro anni di mandato». Il messaggio era chiaro: votare per Primakov significava avere di nuovo un presidente che avrebbe trascorso più tempo in ospedale che al Cremlino. Proprio come era successo con Yeltsin.

«La campagna era stata così convincente che il consenso di Primakov calava a vista d’occhio» mi raccontò Dorenko seduto alla scrivania del suo ufficio di Mosca dove dirige la radio Russkaya sluzhba novostei (Servizio russo di notizie). E se a settembre Primakov era partito con un buon 32 per cento nei sondaggi, Luzhkov con il 16, con Putin ad appena l’1,5 per cento, dopo appena un mese di “cura Dorenko” il consenso per Primakov calò all’8 per cento, quello di Luzhkov al 2 per cento, e quello di Putin si impennò al 36 per cento.

«Li avevamo in tasca» ricorda Dorenko con soddisfazione.

Putin intanto era presentato in televisione come l’eroe che avrebbe salvato la Russia dal terrorismo e avrebbe sistemato una volta per tutte i problemi del Caucaso e della Cecenia. La sua crescente popolarità fu la causa principale della vittoria di Yedinstvo, che incassò quasi un quarto del voto popolare: un risultato che superava le più rosee previsioni di Berezovsky e della Famiglia. Il partito Yedinstvo prese il 23 per cento dei voti, secondo solo a quello dei comunisti, che guadagnarono un punto in più. Ovr, il partito da battere, raggiunse appena il 13 percento dei voti: un risultato talmente deludente e inaspettato che Primakov decise di ritirarsi dalle presidenziali.I risultati delle elezioni parlamentari del 1999 indicavano che Putin aveva buone possibilità di vincere anche le presidenziali. Era dunque il caso di battere il ferro finché era caldo.

Il trionfo

Il 20 dicembre, subito dopo le elezioni parlamentari, Putin andò alla Lubyanka per parlare agli agenti delle spetssluzhby. Sentiva evidentemente la vittoria a portata di mano. Undici giorni dopo, Mosca si preparava a festeggiare il capodanno che segnava la fine del millennio e tutti volevano fare le cose in grande. Nei settanta anni di comunismo che aveva promosso l’ateismo di Stato, il capodanno aveva sostituito il Natale, ed è quello il periodo dell’anno in cui i russi preparano l’albero e i bambini aspettano con impazienza Ded Moroz, o Nonno Gelo, l’equivalente del nostro Babbo Natale. È il giorno in cui tutti si scambiano i regali e si riuniscono per il tradizionale banchetto della vigilia, in cui non può mancare quella che loro chiamano insalata Olivier (creata, dicono, da un cuoco francese di nome Olivier), e che per noi è l’insalata russa, mentre la televisione manda in onda ogni anno il film sovietico Ironia Sudby ili s Lyokhim Parom (Ironia del destino o buon vapore, l’augurio che si fa dopo esser stati alla banya, la sauna russa). E i russi anno dopo anno seguitano a ridere e a commuoversi per le avventure di Zhenya(32)che in una vigilia di capodanno, dopo essersi ubriacato alla banya con gli amici, finisce al posto di Sasha(33)nell’aereo che lo porta a Leningrado (oggi San Pietroburgo). Credendo di trovarsi ancora a Mosca, prende un taxi e al tassista dà il suo indirizzo moscovita. Per ironia del destino la via, il palazzo il numero dell’appartamento sono identici (così erano le case sovietiche, tutte uguali) e persino le chiavi aprono la porta, sicché poi la bella Nadya rimane molto sorpresa nel trovarsi nel letto uno sconosciuto in mutande ubriaco. Ma quell’anno in molte case i preparativi per la festa non vennero accompagnati dalle allegre canzoni di Zhenya e Nadya, preludio del loro amore. La maggior parte dei russi cercava un telegiornale: a mezzogiorno infatti il presidente Boris Yeltsin, durante il consueto augurio di fine anno, aveva annunciato le sue dimissioni.

«Oggi, ultimo giorno del secolo uscente, mi dimetto» disse Yeltsin. Poi fece una lunga pausa, sospirò e chiese perdono per gli «errori» della sua amministrazione, per «i sogni che non si erano realizzati» e per aver tradito le speranze di quelli che avevano creduto che il passaggio dal socialismo al capitalismo sarebbe potuto avvenire «in fretta, in un attimo».

«Anch’io ci avevo creduto, ma non si poteva fare tutto in una volta. In un certo senso sono stato troppo ingenuo»disse, e aggiunse che la Russia aveva bisogno all’alba del nuovo millennio di un nuovo leader politico.

«Vado via prima. È necessario che faccia così: la Russia deve entrare nel nuovo secolo con un nuovo volto…Perché attaccarmi alla poltrona del potere per altri sei mesi, se nel Paese c’è una persona forte che merita di diventare presidente? Una persona sulla quale i russi hanno già riposto le loro speranze… Perché aspettare altri sei mesi? Non è nel mio carattere» dichiarò Yeltsin. «Al mio posto arriva una nuova generazione, una generazione che può fare di più e meglio». Annunciò poi che Putin sarebbe diventato presidente ad interim e consigliò ai russi di votarlo alle presidenziali che si sarebbero dovute svolgere entro tre mesi. Sarebbero infatti state anticipate da giugno a marzo.

La mia amica Lena sentendo le parole di Yeltsin posò il coltello con il quale sminuzzava i cetriolini in salamoia, le patate lesse e i sosiski (una specie di würstel), ingredienti principali dell’Olivier. Alzò il volume della tv e guardando il viso gonfio di Yeltsin chiese se bisognava versare la vodka per festeggiare la fine del regno dell’ubriacone che con le sue bravate aveva fatto ridere mezzo mondo oppure preoccuparsi.

La faccia di Boris Nikolaevich(34)era stanca, pallida, e la sua voce più impastata che mai. Ntv mostrò poi Yeltsin che consegnava al presidente ad interim Vladimir Putin la valigetta con i codici che controllavano l’arsenale nucleare, l’oggetto da cui nei suoi otto anni di presidenza Yeltsin s’era separato, a malincuore, solo quando aveva dovuto subire l’intervento al cuore.

«Non abbassare la guardia» gli disse come augurio di buon anno e poi, davanti agli occhi del patriarca di Mosca e di tutte le Russie Aleksy II, gli aprì la porta del sontuoso ufficio presidenziale: da quel momento, gli disse, poteva sentirsi «il vero padrone».

In quell’istante, secondo un sondaggio condotto dalla VTSIOM, il consenso popolare per Putin era salito al 78 per cento. Sembra sia stato il problema Cecenia a spingere Yeltsin e la Famiglia che stava dietro di lui a prendere l’inaspettata decisione. Le autorità nascondevano il vero numero di vittime tra i civili ceceni e i soldati russi. Ma per quanto avrebbero potuto ancora mentire? Apparentemente il candidato alla presidenza Putin, che svolgeva le funzioni di primo ministro, teneva tutto sotto controllo, ma per quanto ancora sarebbe riuscito a nascondere la verità? La situazione rischiava di sfuggirgli di mano da un momento all’altro come era già accaduto a Yeltsin durante la prima campagna cecena; e in questo caso l’alto indice di popolarità di Putin avrebbe difficilmente retto fino al 4 giugno, giorno delle presidenziali. Anticipando invece le elezioni di tre mesi,Yeltsin era riuscito a restringere al minimo i tempi utili agli oppositori di Putin per organizzare la loro campagna. Putin rimaneva dunque l’unico candidato possibile. Nessuno poteva ormai competere con lui: né Gennady Zyuganov con il suo elettorato di vecchi comunisti, né illiberale Grigory Yavlinsky, o il leader di Yabloko, che era stato bastonato alle elezioni della Duma di dicembre, né Vladimir Zhirinovsky, per il quale la cosa più importante era partecipare e non vincere.

«Putin ha ora tutte le possibilità di conquistare il potere e di tenerselo» sintetizzava in quel 31 dicembre la Ntv, il canale di Vladimir Gusinsky,l’unico che non aveva fatto campagna per il partito di Putin. Intanto il team di Putin continuava a lavorare a pieno ritmo, avvalendosi di due importanti canali, lo statale Rtr e l’Ort di Berezovsky, che ogni giorno coprivano fin nei minimi particolari la giornata lavorativa del presidente ad interim secondo gli stessi canoni seguiti ai tempi dell’Urss per i leader sovietici. Le operazioni belliche in Cecenia erano poi presentate come una campagna antiterroristica e Putin come l’eroe che da solo combatteva i malvagi nemici del Paese. La settimana prima delle elezioni la televisione lo riprese in tuta da aviatore a bordo di un jet da combattimento che avrebbe personalmente pilotato fino in Cecenia per congratularsi con le truppe russe. Era nata così un’altra icona: quella del presidente pilota di caccia. E Putin, il macho, veniva contrapposto agli altri candidati: se lui volava in un jet da combattimento, la televisione mostrava una conferenza stampa organizzata da un gruppo di omosessuali che facevano campagna per Yavlinsky. Anche i giornali d’opposizione davanti a questo tipo di campagna davano per scontata la vittoria di Putin. Alcuni titolavano ogni giorno i loro pezzi di politica con un ironico Mancano tot giorni all’elezione di Putin, imitando i titoli che l’anno precedente avevano scandito il tempo mancante alla celebrazione del duecentesimo della nascita del grande poeta russo Aleksander Pushkin.Travolti da questa martellante campagna mediatica e stanchi delle stravaganze yeltsiniane, i russi si fecero conquistare dal freddo agente del Kgb Vladimir Putin. Nei tre mesi di presidenza ad interim la sua popolarità crebbe al punto da permettergli di vincere le elezioni – il 26 marzo 2000 – direttamente al primo turno con il 53 per cento dei voti.

L’immagine di Putin era stata dunque creata e il suo regno era iniziato.

Da allora la Russia non sarebbe stata più la stessa.

Note

1. La Cekà, acronimo che sta per Chrezvychaynaya Komissiya, o commissione straordinaria, era la prima di una serie di organizzazioni mirate a garantire la sicurezza dello Stato sovietico. Creata da Lenin il 20 dicembre 1917, la Cekà era stata diretta da Feliks Dzerzhinsky, un aristocratico convertitosi al comunismo. Dal 1922 sarà riorganizzata varie volte.

2. Fsb in russo si pronuncia ef-es-be.

3. In russo il singolare è spetssluzhba e il plurale spetssluzhby. È la forma abbreviata di spetsialnaya sluzhba che letteralmente significa “servizio speciale”; al plurale è il termine usato per definire i servizi segreti in generale.

4. L’agente preferisce rimanere nell’anonimato per paura di ripercussioni.

5. Dal luglio del 1998 fino all’agosto del 1999 Putin è stato direttoredell’Fsb.

6. La parola siloviki deriva dalla frase silovye struktury (strutture dellaforza) e fa riferimento alle forze armate, alla milizia e alle agenzie di intelligence che detengono il potere nel Paese. Un silovik (al plurale siloviki) è un qualsiasi ufficiale (o ex ufficiale) di queste strutture.

7. Vedi il capitolo sesto, Immagine.

8. Era uno dei telefilm più popolari nell’Unione Sovietica. Ambientato a Mosca dopo la seconda guerra mondiale, il telefilm racconta la storia di Vladimir Sharapov che, lasciata l’Armata Rossa, va a lavorare nella polizia criminale di Mosca. Sharapov, che vuole sempre fare le cose secondo le regole, ha spesso dei conflitti con Gleb Zheglov (interpretato dal noto cantautore Vladimir Vysotsky), un detective di molta esperienza che è convinto che un ladro debba stare in prigione e spesso è lui a mettere leprove contro qualcuno se è necessario. I due uomini imparano a lavorare assieme durante un’indagine su un caso di omicidio che li porta a scoprire una banda criminale nota come Gatto Nero.

9. Kontora in russo vuol dire “sede”, “ufficio”.

10. Cherkesov è nominato primo vicedirettore dell’Fsb e in seguito diventerà il direttore del Servizio federale per il controllo della droga.

11. Diminutivo di Vladimir.

12. Cognome che prese dal primo marito.

13. Yumashev, giornalista che aveva scritto la biografia di Yeltsin, era stato anche capo dello staff del presidente.

14. Abramovich vive per lo più a Londra ed è proprietario della squadra inglese di calcio Chelsea.

15. Abramovich era la persona che amministrava la cassa comune della Famiglia, ossia il denaro che serviva a finanziare elezioni o cose di interesse comune al gruppo e anche a soddisfare le esigenze dell’avida figlia di Yeltsin, Tatyana Dyachenko. Secondo quanto sostiene Aleksander Korzhakov, ex braccio destro di Yeltsin, nonché compagno di bevute, Abramovich portava ogni mese alla Dyachenko una valigetta piena di dollari.

16. Skuratov era in carica dal 1995.17. Primakov era stato nominato primo ministro nel settembre del 1998.

17. Primakov era stato nominato primo ministro nel settembre del 1998.

18. Litvinenko è morto il 23 novembre 2006.

19. Vedi il capitolo nono, Avvelenamenti e omicidi.

20. Dopo aver sfidato Putin, Khodorkovsky è stato arrestato nel 2003 e sta scontando una pena di otto anni per evasione fiscale e appropriazione indebita.

21. La prima guerra cecena, iniziata nel dicembre del 1994, finirà nell’agosto del 1996.

22. Diminutivo di Yelena.

23. Putin è famoso per i suoi ritardi.

24. I valenki, “stivali di feltro”, sono la tradizionale calzatura russa per l’inverno (ora usata solo in campagna).

25. Abitante della Caraciaievo-Cerkessia, repubblica del Caucaso nordoccidentale.

26. Vedi il capitolo ottavo, Crimine e Fsb.

27. Vedi il capitolo nono, Avvelenamenti e omicidi.

28. Secondo la versione ufficiale Basayev è stato ucciso nel luglio del 2006 dall’Fsb nel corso di un’operazione speciale; Khattab è stato invece avvelenato da un agente dell’Fsb nel 2002.

29. Vedi il capitolo ottavo, Avvelenamenti e omicidi.

30. Vedi il capitolo ottavo, Crimine e Fsb.

31. Vedi il capitolo terzo, Putin e la lotta contro la stampa.

32. Diminutivo di Yevgeny.

33. Diminutivo di Aleksander.

34. Patronimico di Yeltsin.

One thought on “L’Amico Putin. L’invenzione della dittatura democratica. (Capitolo Primo)

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