Il Garage del blues

Il Blues Magazine

 

Marzo 2014

Gip 2

Francesca Mereu — Bessemer, Alabama — Ci avevano detto che solo la musica ci avrebbe guidato in quell’intrico di stradine buie e sterrate. E così dopo aver girato a lungo a vuoto, abbiamo spento il navigatore e come per magia ecco arrivare le note di una canzone blues. Una band dall’altra parte del bosco suonava. Ed è così, seguendo la musica, che siamo arrivati al Gip’s Place, uno degli ultimi juke joint d’America. Un tesoro ben nascosto nella periferia nera di Bessemer, una cittadina a qualche decina di miglia da Birmingham.

Il Gip’s Place è un’istituzione da queste parti che attira gli amanti del blues dal lontano 1952. Da quando, cioè, il musicista-operaio Henry Gipson – chiamato amorevolmente dagli amici Mister Gip – decise di aprire le porte del suo piccolo garage a chiunque volesse suonare il blues.

“Volevamo un posto tranquillo per suonare e questo era adatto. Erano tempi duri quelli” mi racconta Mr. Gip riferendosi a quegli anni quando nel sud vigevano leggi che imponevano una violenta segregazione alla popolazione di colore.

I neri da queste parti non potevano frequentare le scuole migliori, perché erano bianche; nonostante fossero cittadini americani e avessero diritto di voto, chi osava reclamare tale privilegio doveva sottoporsi a un test di domande umilianti e di trabocchetti e se riusciva a superarlo veniva punito dagli uomini del ku klux klan. Negli autobus i neri dovevano sedersi in fondo e alzarsi se un bianco rimaneva in piedi. Pena la prigione. I bar e i ristoranti non servivano i neri. I parchi erano per i bianchi. C’erano cimiteri per neri e per bianchi, fontanelle d’acqua per neri e per bianchi. Insomma, se si aveva la pelle nera, bisognava seguire un’infinità di regole e stare molto attenti, perché bastava poco per finire nel mirino del ku klux klan. Mr. Gip, per esempio, fu picchiato dagli uomini incappucciati perché suonava e cantava il blues. Gli spezzarono le dita di una mano e l’allora giovane musicista poté riprendere a suonare solo dopo anni di duro esercizio e tanta, tanta forza di volontà. E così, per sicurezza, il blues si suonava la notte nei capanni dei mezzadri che si trasformavano in una sorta di club, i juke joint appunto. Erano situati in aree lontane dai centri abitati e soprattutto dalle orecchie del ku klux klan. In questi posti si esibivano artisti diversi che con chitarra e armonica in mano giravano per i vari juke joint portando e diffondendo il loro stile di blues. E spesso lo facevano solo in cambio di cibo e dei dollari sufficienti per raggiungere il juke joint successivo.

“Suonavano il blues – racconta Mr. Gip – il vecchio blues, quello che veniva dal profondo dell’anima, che cantava il lavoro duro nei campi di cotone e la tristezza di essere schiavi”.

Ed è proprio nei juke joint – locali senza nome o insegne – che questo genere musicale trovò il terreno fertile dove svilupparsi. Ma se prima questi posti erano troppo numerosi per esser contatti, col tempo, come morivano i proprietari, anche i juke joint chiudevano. E ora facendo uno sforzo di memoria Mr. Gip, che è stato amico di R. L. Burnside e di Willie King, ne ricorda altri quattro come il suo sparsi tra il Mississippi, la Louisiana e il Tennessee.

Il tempo sembra essersi fermato al Gip’s Place. Il garage è quello di una volta. Le mura sono dei fogli di compensato. Il tetto è un semplice pezzo di lamiera. Le ampie finestre ritagliate artigianalmente sono chiuse d’inverno da spessi fogli di plastica. L’illuminazione è fatta da tantissime lucine di Natale, mentre le pareti sono letteralmente coperte da poster con ritratti di musicisti, locandine di concerti blues, e immagini di Gesù Cristo. Un miscuglio di sacro e profano che racconta sessanta anni di storia del blues e descrive l’anima di questo posto.

La porta che dà sul palco è decorata dagli autografi lasciati dai musicisti che si sono esibiti. E su questa piccola struttura di legno sono saliti personaggi come Muddy Waters, John Lee Hooker, Paul Butterfield, Bob Dylan, T-Model Ford e tanti, tanti altri. Una tradizione che si è conservata. Ogni sabato sera infatti il palco è riservato alle migliori band del sud e non solo.

“Il Gip’s Place è così conosciuto nel mondo del blues che riceviamo ogni giorno e-mail e telefonate da band che ci chiedono di venire a suonare — mi racconta Melissa Trull Veitch volontaria che aiuta Mr. Gip a organizzare le serate — Gli chiediamo di mandarci un video e se la band è brava è la benvenuta”.

“Invitiamo poi gli artisti che ci piacciono e nessuno ha finora rifiutato di venire nonostante il modesto compenso che possiamo offrire” aggiunge Trull Veitch.

Al Gip’s Place infatti non si paga il biglietto d’ingresso, ma si lascia un’offerta per la band ed è questa la retribuzione su cui i musicisti possono contare.

Ad agosto è stato il turno dei Johnny No, una band di Mobile (nel sud dell’Alabama), a dicembre invece Leo “Bud” Welch, del Mississippi ritornava al Gip’s Place per la seconda volta nel 2013, mentre Earl “Guitar” Williams con le sue chitarre ricavate, come si usava una volta, da vecchie scatole di sigari è ormai diventato un habitué.

L’unica differenza rispetto al passato è che oggi al Gip’s Place si esibiscono musicisti bianchi e neri.

“Il colore della pelle qui non esiste — ci tiene a sottolineare Mr. Gip — a casa mia poco importa se uno è bianco, nero, o giallo, se è un ultralaureato o un operaio. Qui siamo tutti uguali, uniti dall’amore per il blues e dal timore di Dio”.

E le serate in questo juke joint iniziano con la preghiera (Mr. Gip è molto religioso e poi siamo in Alabama!) seguita dalle regole della casa: il colore della pelle non esiste, rispetta quello che ti sta accanto, torna a casa con la donna con la quale sei arrivato.

Ma dopo le formalità è la musica a farla da padrona. Allora la piccola pista da ballo davanti ai minuscoli tavolini si riempie di bianchi e neri di tutte le età. Una scena rara in Alabama dove nonostante la segregazione sia formalmente finita cinquanta anni fa le due etnie vivono ancora in mondi separati che difficilmente si incontrano.

“Qui da Mr. Gip è diverso – mi dice una donna che viene al Gip’s Place dalla fine degli anni Ottanta – I pregiudizi razziali si lasciano fuori dalla porta”.

“Il passato è passato, anche l’Alabama sta cambiando” commenta un’altra signora.

Se si vuole mangiare o bere, bisogna portarselo da casa, perché il Gip’s Place non è un bar, ma un vero juke joint, mi spiega Mr. Gip.

“Ed è proprio quest’atmosfera ad attirare i musicisti e non i soldi” aggiunge Trull Veitch.

“Era il mio sogno venire qui a suonare, salire su quel palco dove si sono esibiti tanti grandi del blues!” sottolinea Kevin Ball, il leader dei Kevin Ball & the Busters, una band blues di Nashville, nel Tennessee, che a dicembre ha scelto il Gip’s Place per registrare un clip.

Invece Robert Cunningham, il leader della band di Birmingham Lard Bucket Blues Band (altri habitué del Gip’s Place), ha raccontato un giorno che per provare il brivido di salire sul palco del Gip’s Place molte band si facevano centinaia di miglia in macchine sgangherate che valevano cinquecento dollari, cariche di strumenti musicali che costavano decine di migliaia di dollari per guadagnare cinquanta dollari.

E Javier Sarcar, il batterista dei Kevin Ball & the Busters, gli dà ragione: “Il pubblico di questo posto è diverso. Le emozioni che provi qui non le provi da nessuna parte. Qui la gente viene perché ama veramente il blues e poi è bello conoscere Mr. Gip, vederlo sorridere e ballare al ritmo della tua musica”.

Mr. Gip, alto e magro, ha il volto solcato dai profondi segni della vita. La pelle d’ebano ereditata dal padre afroamericano e i lineamenti eleganti della madre Cherokee, la tribù indiana che una volta abitava gli ampi spazi dell’Alabama. Porta sempre un panama a falde larghe o un cappello indiano.

L’età? Sette anni fa, a ottantasei anni, ha smesso di contarla, mi dice sorridendo con il suo inglese popolare dalla dolce cadenza del sud. Da giovane ha fatto l’operaio nelle ferrovie e poi il becchino nel cimitero di Pine Hill che poi si è comprato. E ora di giorno, quando non ha una tomba da scavare, ascolta nel suo backyard i giovani che aspirano a suonare il blues. Gli dà consigli, gli mostra alcuni accordi e si emoziona quando qualcuno di loro suona bene.

“Questo non è un semplice juke joint, ma una vera scuola di blues” ha detto una sera Earl “Guitar” Williams. Dal palco ha poi raccontato al pubblico quando da bambino, negli anni Sessanta, aspettava impaziente che Mr. Gip tornasse dal lavoro per suonare con lui la chitarra.

“Grazie maestro!” gli ha cantato.

Mr. Gip ha alzato il cappello e gli ha sorriso.

“Sono felice — mi confessa Mr. Gip durante la nostra lunga intervista — perché Dio mi ha dato la possibilità di fare quello che nella vita mi è sempre piaciuto: suonare e cantare il blues e diffondere questo genere di musica”.

Per chi volesse seguire Mr. Gip può andare sul sito web http://www.gipsplace.org

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