Avvelenamenti e Omicidi

Francesca Mereu

L’amico Putin, l’invenzione della dittatura democratica

 

Capitolo nono

 Avvelenamenti e omicidi

La Kamera, o il Laboratorio 12

L’uomo arrivò una mattina di metà settembre del 1994. A Mosca la temperatura era straordinariamente alta per quel periodo dell’anno. I parchi erano coperti da tutte le sfumature di giallo autunnale, quando le foglie cadono e gli alberi si preparano per il lungo letargo. «Mi disse: “Usciamo. Andiamo fuori a fare due passi, a goderci gli ultimi raggi di sole”. Capii che mi voleva parlare, ma non nel mio ufficio dove muri e mobili hanno un orecchio» mi racconta un agente dell’Fsb:

Era un amico di un mio collaboratore e lavorava per un dipartimento speciale dell’Svr. Era un periodo pessimo per i servizi segreti: Yeltsin li riformava in continuazione, i soldi non bastavano e ognuno si arrangiava. Mi disse che aveva una proposta interessante. Scendemmo in strada e arrivammo a un parco. Mentre camminavamo, questo agente, che si faceva chiamare Igor, mi propose di comprare dei veleni. Un intero kit. Mi spiegò come funzionavano e mi disse che erano sostanze nuovissime e sofisticate, create dal laboratorio in cui lavorava e già sperimentate con successo. Ce n’era una che poteva semplicemente essere spalmata sul volante di una macchina, o sulla maniglia di una porta, per provocare un arresto cardiaco a chi ne fosse venuto in contatto entro poche ore. Un altro veleno poteva essere inserito nel sistema di condizionamento della macchina: adatto per l’inverno, mi diceva, perché molti non si levano i guanti per guidare. C’erano veleni che agivano attraverso la cornetta del telefono: bastava smontarla e versarne una piccola quantità perché la vittima morisse d’infarto. Erano morti “sicure”, mi garantiva, nel senso che sarebbero tutte sembrate naturali e nessuno avrebbe mai sospettato un omicidio. Li chiamava “veleni leggeri” e mi propose di comperarne dieci a mille dollari l’uno. Di fronte alla mia sorpresa e perplessità, insisteva dicendo che si trattava di un vero affare perché erano sostanze che avrei potuto rivendere, o usare per eliminare chi volessi. Quando rifiutai, sembrò stupirsi: la corruzione nei servizi speciali era così diffusa che uccidere per denaro era considerato un’attività normale. L’agente pensava che anch’io fossi uno che arrotondava le entrate con omicidi a pagamento e continuava a dirmi che quei veleni mi sarebbero tornati utili e il suo kit completo andava a ruba. Nell’era sovietica avevo sentito che nel Kbg esisteva un dipartimento che si occupava di veleni, ma nessuno sapeva dove fosse e ora se ne parlava come se fosse del tutto normale.

Un altro agente, Aleksander Kouzminov, dal 1984 al 1992 lavorò in uno di questi laboratori, ma preferì abbandonare ed emigrare in Nuova Zelanda quando la corruzione dilagò nei servizi segreti. In un libro (1) pubblicato qualche anno fa l’ex agente racconta di aver lavorato nel dipartimento di spionaggio biologico dell’Svr, il Servizio di spionaggio esterno, che si chiamava Laboratorio 12 o in gergo Kamera. Kamera era il nome con il quale il laboratorio era conosciuto sin dalla sua creazione, nel 1921, poco prima della morte di Lenin.

Sotto Stalin Kamera si trovava a pochi passi dalla Lubyanka e impiegava i migliori chimici dell’Unione Sovietica, che vi sperimentavano veleni e gas tossici per liquidare i nemici del regime. I veleni spesso venivano provati su prigionieri in attesa della fucilazione: la sostanza, dicevano loro, li avrebbe salvati dalle pallottole.

Gli scienziati vivevano un’esistenza stressante. Dovevano soddisfare le esigenze di Stalin e non sapevano mai quale sarebbe stata la loro sorte: c’era chi riceveva premi e riconoscimenti e chi finiva nei gulag. Con il tempo, racconta Kouzminov, Kamera passò sotto la direzione del dipartimento 12 del Direttorato S dell’Svr, che si occupava anche di guerra biologica. Con gli anni i prodotti di Kamera sono stati perfezionati per soddisfare le necessità dei nuovi padroni del Cremlino. Secondo quanto racconta Kouzminov, i veleni venivano ideati per le esigenze specifiche dei leader sovietici. Se bisognava uccidere qualcuno all’estero e farne apparire la morte come accidentale, Kamera lavorava giorno e notte per testare un veleno che non potesse essere riconosciuto come tale: l’abilità consisteva nel produrre veleni raffinati combinando sostanze già note in cocktail difficilissimi da ricomporre e identificare.

Boris Volodarsky, un ex capitano delle spetsnaz (le forze speciali) del Gru, lo spionaggio militare, vive ora in Inghilterra, a Godalming, nel Surrey, a pochi passi dalla casa del famoso dissidente del Kgb Oleg Gordievsky. Ci incontriamo, in un pub di questa cittadina che dista cinquanta chilometri circa da Londra. Al Gru Volodarsky addestrava gli agenti a svolgere le operazioni speciali all’estero, poi ha lasciato la Russia per il Regno Unito: per anni ha raccolto informazioni su Kamera e sui veleni del Kgb e nel 2009 ha pubblicato un libro su questo argomento. (2) Volodarsky sostiene che sono quattro i tipi di veleni creati da Kamera:

Il primo è quello dei veleni soft usati per “buttar giù” una persona senza ucciderla: è stato usato su Anna Politkovskaya quando andava a Beslan. Lo hanno usato anche contro di me a Vienna: avevo incontrato un agente e ho bevuto con lui un caffè. Tornato a casa avevo la febbre a quaranta che poi calava a trentacinque e risaliva a quaranta. Alle nove del mattino dopo era passato tutto ed ero guarito. Questo tipo di veleno è un avvertimento. Nel caso della Politkovskaya le volevano far capire che non doveva partecipare alle trattative con i terroristi a Beslan. Vi sono poi i veleni letali, ai quali si può risalire attraverso accurate analisi. E i veleni tossici che si diffondono facilmente nell’organismo. Il presidente ucraino Viktor Yushchenko fu avvelenato con una sostanza a base di diossina. Infine, quarta categoria, i veleni biologici: uccidono introducendo batteri, che sono vere e proprie armi biologiche.

Nel 1962, ricorda Volodarsky, con un veleno di questo tipo è stato ucciso un ufficiale dei servizi segreti ungheresi, Bela Lapusnyik, un disertore che si era rifugiato in Austria e aveva svelato ai servizi segreti di quel Paese i nomi delle spie comuniste sotto copertura a Vienna. Per proteggerlo, la polizia austriaca lo aveva rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ma nella stessa polizia si era infiltrata una spia del Kgb che avvelenò l’agente di appena ventiquattro anni. Nel giro di due giorni, Lapusnyik sviluppò diverse malattie, tutte letali. Morì di emorragia cerebrale. Il Kgb aveva usato un batterio del tifo.

Con un veleno letale difficile da individuare sono stati invece uccisi a Monaco i leader nazionalisti ucraini Lev Rebet e Stepan Bandera nel 1957 e nel 1959. La morte dei due aveva insospettito la polizia tedesca, convinta che si trattasse di omicidio, ma le analisi non avevano rivelato alcuna sostanza nota. Il mistero fu chiarito solo qualche anno più tardi, nel 1961, quando l’agente del Kgb Bogdan Stashinsky defezionò in Occidente consegnandosi alle autorità tedesche, cui raccontò di essere stato l’avvelenatore dei due ucraini. Per ucciderli aveva usato una pistola speciale con un’ampolla di vetro piena di acido cianidrico che si rompeva quando si schiacciava il grilletto liberando così l’acido nell’aria. Per uccidere bisognava sparare a distanza ravvicinata in modo che le esalazioni raggiungessero il volto della vittima. Il veleno si dissolveva molto presto nell’organismo e dopo qualche ora era quasi impossibile trovarne tracce.

Vi sono anche veleni a base di sostanze radioattive. Finora questo tipo di veleno è stato usato due volte. La prima fu nel 1957 a Francoforte per tentare di uccidere il disertore del Kgb Nikolai Khlokhlov, il quale si sentì male dopo aver bevuto un caffè, ma i medici trovarono subito nel suo sangue tracce di tallio (metallo impiegato nel veleno per topi), lo curarono e l’uomo sopravvisse.

Nel 2006 un altro veleno radioattivo, l’isotopo polonio- 210, è stato usato per eliminare un’altra celebre vittima, Aleksander Litvinenko.

Kamera forniva veleni anche ai Paesi dell’ex blocco comunista. I bulgari, per esempio, ebbero la cartuccia di ricino che usarono per uccidere a Londra, nel 1978, lo scrittore e giornalista dissidente Georgy Markov alla fermata di un autobus. Markov si sentì pungere alla gamba, si girò e vide un uomo che raccoglieva un ombrello e che con gentilezza gli chiedeva scusa prima di salire su un taxi e scomparire. Markov arrivò alla redazione della BBC dove lavorava e raccontò il fatto ai colleghi. La sera si mise a letto con una febbre molto alta e il giorno dopo non poteva più parlare. In ospedale i medici iniziarono un trattamento contro la setticemia. Ma tre giorni dopo Markov morì. Solo dopo anni gli agenti dissidenti Oleg Gordievsky e Oleg Kalugin diranno che l’uccisione del giornalista era stata commissionata dal capo del Partito comunista bulgaro Todor Zhivkov e che l’operazione era stata eseguita dall’agente Piccadilly, nome in codice di un certo Francesco Gullino o Giullino, un danese di origine italiana.

Il caso di Markov passò rapidamente alla storia come quello dell’“ombrello bulgaro”. Secondo Kouzminov il lavoro del suo dipartimento aveva raggiunto nel tardo periodo sovietico ineguagliati livelli di professionismo: i veleni del Laboratorio 12 diventavano sempre più sofisticati e facili da usare perché si potevano spruzzare o iniettare con aghi finissimi, ed era l’agente incaricato della missione a scegliere il metodo più efficace per colpire l’obiettivo. Le attività di Kamera si fermarono negli anni Novanta per mancanza di finanziamenti, ma ora sono riprese a pieno ritmo.

L’avvelenamento di Viktor Yushchenko che nel 2004 era in corsa per la presidenza ucraina, come quello di Litvinenko nel 2006, sembrano portare la firma di Kamera. Si sospetta che anche il giornalista e deputato Shchekochikhin e molti altri siano stati avvelenati in periodo putiniano da sostanze prodotte dal Laboratorio 12. Insomma, da quando Putin è salito al potere, gli avvelenamenti per eliminare persone scomode sono tornati, a quanto pare, di moda al Cremlino.

Sushi e diossina

La sera del 5 settembre 2004 Yevhen Chervonenko lasciò il candidato alla presidenza ucraina Viktor Yushchenko in buona salute e ottimo umore mentre andava a una cena riservata in una dacia fuori Kiev. Chervonenko, alto, grosso, capelli sale e pepe, era il capo della sicurezza di Yushchenko (3) e lo seguiva come un’ombra: «Gli ero sempre vicino e assaggiavo sempre il suo cibo per primo» ricorda oggi.

Ma quella notte Yushchenko era stato invitato a cena da Ihor Smeshko e Volodymyr Satsyuk, rispettivamente il capo e il vicecapo dei servizi segreti ucraini Sbu, e la presenza di Chervonenko non era prevista: «Mi dissero che volevano riservatezza e mi feci da parte» racconta. Anche le guardie del corpo di Yushchenko furono allontanate. David Zhvaniya, il manager della campagna presidenziale, fu l’unica persona ammessa ad accompagnare il candidato: «Yushchenko era solo. Non c’era nessuno dei suoi a proteggerlo» ricorda ancora Chervonenko.

Alto, bello, sportivo, più giovanile dei suoi cinquant’anni, Yushchenko era allora in vantaggio nella corsa alla presidenza ucraina e aveva chiesto l’incontro per discutere della campagna elettorale e delle minacce di morte che aveva ricevuto.

Il giorno dopo quella cena l’uomo cominciò a sentire forti dolori in tutto il corpo mentre il volto si trasformava in una maschera deforme di pustole e cisti: erano i sintomi di quello che i suoi medici di Vienna, assieme a un gruppo di colleghi americani, tre mesi più tardi avrebbero diagnosticato come avvelenamento da TCDD, la più tossica delle diossine.

Ci vollero settimane per identificare la causa dell’improvvisa malattia, annunciata da atroci dolori alla schiena e allo stomaco, seguiti dall’orrenda trasformazione del viso.

L’americano Arnold Schecter, uno dei pochi medici esperti di diossina al mondo, mi ha detto che in genere i sintomi si manifestano soltanto dopo alcuni giorni dall’avvelenamento e che la diossina da sola non può causarli in poche ore: «Sarebbe insolito che una persona contaminata ne senta subito gli effetti. La dose dovrebbe essere enorme o la persona particolarmente sensibile. Potrebbe succedere, ma è quasi impossibile» spiega il medico.

Per ottenere un effetto così rapido si sarebbe dovuto usare un miscuglio di diversi veleni, uno dei tipici cocktail di Kamera: una vera e propria bomba biologica era stata infatti realizzata mescolando 2, 3, 7, 8-TCDD con alfa-fetoproteine e altre proteine che permettevano alla diossina di penetrare e diffondersi rapidamente nell’organismo. E questo poteva farlo solo Kamera.

Il TCDD è un elemento di Agent Orange (Agente arancione), un erbicida che le truppe americane avevano usato in Vietnam per defogliare la foresta e colpire i nemici vietcong. Ora veniva usato, con macabra ironia, per eliminare il leader della rivoluzione arancione nata spontaneamente nelle strade di Kiev per sostenere Yushchenko: il veleno arancione per uccidere il leader arancione.

Gli ucraini erano stanchi del regime del presidente Leonid Kuchma e chiedevano un cambiamento, ma Kuchma e più ancora i clan oligarchici che lo sostenevano volevano qualcuno che continuasse a salvaguardare i loro loschi affari e avevano scelto il candidato filorusso Viktor Yanukovych.

Putin, che era riuscito in modo estremamente facile a vincere due elezioni e a prendere il controllo della Russia, aveva ora l’ambizione di creare una nuova Unione Sovietica al suo comando con l’aiuto dei clan dei siloviki. L’Ucraina era il Paese chiave per il suo progetto neosovietico.

Per far vincere Kuchma gli aveva messo a disposizione i migliori politteknologi, specialisti della macchinazione politica, capaci di influenzare la campagna elettorale con contraffazioni e menzogne grazie alle quali lanciare un politico e manipolare l’opinione pubblica. In Ucraina lavoravano a pieno ritmo le due star della polit-tecnologia russa: Sergei Markov e Gleb Pavlovsky, che avevano preparato il terreno sia per la prima sia per la seconda elezione di Putin. Il Cremlino aveva investito milioni di rubli per far vincere Yanukovych, il quale da parte sua era stato felice di garantire in cambio la più totale fedeltà politica al Cremlino.

Putin stesso era apparso sui canali televisivi ucraini controllati da Kuchma per esortare i cittadini a votare per Yanukovych, esaltando il candidato e omettendo qualsiasi riferimento ai suoi cosiddetti errori di gioventù, ovvero il fatto che fosse stato arrestato per scippo, aggressione e tentato stupro.

Ma né il carisma dell’imbattibile Putin né la polit-tecnologia russa attecchirono in Ucraina. Anzi, l’interferenza sfacciata dell’ingombrante vicino irritò ancora di più la popolazione di tutte le età, che scese in strada drappeggiata di arancione e occupò la piazza centrale di Kiev per settimane. Gli ucraini chiedevano elezioni democratiche, senza brogli né intromissioni russe, e volevano la fine del corrotto regime di Kuchma. Tutto era in quei giorni colorato di arancione a Kiev, persino i manichini nelle vetrine del centro.

Yushchenko, benché avvelenato, strinse i denti per vincere il dolore che lo paralizzava e continuare la campagna elettorale. I membri del suo staff mi raccontavano allora che per consentirgli di proseguirla gli iniettavano in continuazione forti antidolorifici. Il suo volto butterato che sembrava la maschera devastata di un malato di vaiolo diventò il simbolo di quella sporca campagna elettorale: «Guardate che cosa mi hanno fatto» ci diceva nelle conferenze stampa. E noi lo guardavamo con pena, confrontando il suo terribile aspetto con le foto di qualche mese prima, affisse alle pareti del quartier generale.

Sfigurato, sofferente, quasi irriconoscibile. Ma non era morto: il veleno aveva fallito e dal punto di vista mediatico aveva ottenuto quasi l’effetto contrario. Qualcuno tentò di completare l’opera in modo più spiccio e infatti il giorno prima delle votazioni del 21 novembre la polizia trovò una macchina carica di esplosivo parcheggiata davanti al suo quartier generale. Due cittadini russi furono arrestati: Mikhail Shugai di trentacinque anni e Marat Moskvitin di trentatré, entrambi della regione di Mosca. La polizia scoprì che dietro di loro c’era un terzo uomo, detto Surguchyo, il quale avrebbe arruolato Shugai a Mosca promettendogli cinquantamila dollari ad attentato avvenuto.

Quel che appariva evidente era lo sfrontato interesse di qualcuno a far fuori Yushchenko per impedirgli di diventare presidente. Ma chi esattamente? La spiegazione più ovvia è quella di una congiura russo-ucraina con la partecipazione di uomini dei servizi segreti e di alti funzionari di entrambi i Paesi. Lo zampino russo sembrava dimostrato dalla particolare composizione del veleno usato per Yushchenko, un cocktail che l’Ucraina non era certo in grado di produrre, ma che per i laboratori russi era lavoro quotidiano. Se i mandanti erano ucraini, certamente avevano ricevuto aiuto dalla Russia. E infatti un ex agente dell’Fsb mi disse in quei giorni: «Kamera era un tipo di laboratorio segreto che esisteva solo a Mosca e non in Ucraina. Gli ucraini non avrebbero mai potuto sintetizzare quel veleno e avevano bisogno della collaborazione russa».

Restava da stabilire, e l’uomo dell’Fsb ne conveniva, se l’idea di eliminare fisicamente Yushchenko fosse nata a Mosca o a Kiev, visto che il movente economico e politico era lo stesso per entrambi. Yushchenko comunque vinse le elezioni malgrado complotti, veleni e dinamite.

Serhiy Shevchuk, deputato e vicepresidente della Commissione parlamentare ucraina creata dopo la vittoria di Yushchenko per far luce sull’avvelenamento, mi confermò che laboratori capaci di produrre sostanze tossiche di quel genere esistevano solo in Russia, e più precisamente a Mosca, per una ragione storica: ai tempi sovietici ogni Repubblica aveva il proprio dipartimento del Kgb, ma quello più importante, il dipartimento centrale, si trovava a Mosca ed era l’unico che potesse accedere al laboratorio per la produzione di veleni. L’Ucraina sovietica aveva avuto il dipartimento più importante dopo quello di Mosca, ma privo di accesso alla produzione di veleni.

Ci si può chiedere allora, vista la grande capacità di produrre sostanze letali, come mai i servizi segreti russi e ucraini abbiano fallito l’omicidio di Yushchenko. L’unica risposta sensata a questa domanda, che mi è stata confermata da molte fonti interne ai servizi, è che sia stata sottovalutata la fortissima fibra dell’atletico candidato. Questa è anche l’opinione dell’ex maggiore del Kgb Yuri Shvets, che vive ora negli Stati Uniti, secondo il quale è quasi impossibile indovinare con precisione la perfetta dose letale: «Lo stato di salute e la capacità di resistenza variano da persona a persona ed è perciò molto difficile determinare con certezza l’effetto desiderato di un veleno» mi spiega.

Dopo il fallimento dell’avvelenamento e del successivo tentativo di far esplodere il quartier generale di Yushchenko, emerse un problema politico: tutto il mondo vedeva o sospettava la mano russa dietro la vicenda, e il danno di immagine era rovinoso perché tutti puntavano il dito sui servizi segreti di entrambi i Paesi. Fu allora che le spetssluzhby escogitarono un ridicolo piano con cui salvare la faccia, facendo credere che nessuno avesse davvero cercato di uccidere Yushchenko, ma soltanto di fargli un discutibile scherzo.

Fu per accreditare questa versione di ripiego che un misterioso corriere recapitò una lettera anonima e un cd all’emittente televisiva Kanal 5, che aveva sostenuto Yushchenko. Il cd conteneva frammenti di una conversazione telefonica tra due persone, una a Mosca, l’altra a Kiev, che parlando dell’avvelenamento dicevano che l’idea era stata di un certo Pavlovsky. L’uomo che parlava da Mosca spiegava che Pavlovsky non voleva realmente uccidere Yushchenko, ma rovinargli «la bellezza da messia mettendogli il marchio di satana in faccia». Questo Pavlovsky era un tale che durante la campagna elettorale aveva inaugurato a Kiev il Russky Klub: ufficialmente un forum non governativo per le relazioni bilaterali russoucraine, in realtà il canale che Mosca usava per fare campagna presidenziale a favore di Yanukovych. Questo fu il penoso escamotage: non un tentato omicidio, ma un dispetto estetico.

Si trattava in ogni caso di una patetica messinscena: tutti gli agenti con cui ho parlato sono stati unanimi nel dire che l’idea di avvelenare un candidato potesse venire soltanto a chi ha la forma mentale del Kgb e non a un qualsiasi Pavlovsky, il quale usava, sì, metodi spicci e scorretti come quello di infangare la reputazione di un avversario, ma mai avrebbe potuto concepire un omicidio per eliminare un rivale. Visto che di un reale tentato omicidio si trattava, e non di uno scherzo.

La macchina mediatica per tentare di rimediare alla pessima figura dei filorussi le stava tentando tutte: i media di Kuchma insinuavano che Yushchenko avesse mangiato del sushi avariato e Smeshko, il capo dei servizi segreti ucraini, insisteva sul fatto che Yushchenko aveva rimandato la cena con lui varie volte a causa della sua cattiva salute. Affermazione drasticamente smentita da Chervonenko, il capo della sicurezza di Yushchenko, secondo cui il suo superiore era in perfetta forma quando andò al meeting nella dacia per incontrarvi i dirigenti dei servizi segreti: «L’ultima volta che l’ho visto in perfette condizioni è stato quando è entrato nella macchina di Satsyuk [il vicedirettore dei servizi segreti] per esser accompagnato a quella cena».

Prima del secondo ballottaggio, quando i sondaggi davano già Yushchenko vincente, due sostenitori di Yanukovych si suicidarono. Il primo fu Yuriy Liakh, alleato di Viktor Medvedchuk, capo dello staff di Kuchma e direttore dell’Ukrkreditbank, la cui morte fu subito archiviata come suicidio. Si disse che la sua banca avrebbe riciclato i soldi usati nella campagna elettorale di Yanukovych, per una cifra di quasi seicento milioni di dollari.

Il 3 dicembre la corte ucraina aveva annullato il risultato del ballottaggio del 21 novembre e aveva annunciato che sarebbe stato ripetuto il 26 dicembre seguente. E il 27 dicembre avvenne il secondo suicidio: quello del ministro dei Trasporti Heorhiy Kirpa, che avrebbe aiutato la banda di Kuchma a falsificare le elezioni a favore di Yanukovych.

Nei cinque anni successivi, conclusa la presidenza di Yushchenko, tutte le inchieste su questa vicenda non hanno mai condotto a una verità provata: i sostenitori di Yushchenko continuavano ad accusare i servizi segreti russi e ucraini, e i suoi avversari replicavano che si era avvelenato da solo per vincere le elezioni. Alla fine, per la cronaca, Yanukovych ha vinto le elezioni successive del 2010 ed è l’attuale presidente dell’Ucraina.

Tè al polonio

Il 7 ottobre 2006 la giornalista Anna Politkovskaya fu assassinata con quattro colpi di pistola da due sicari, davanti alla porta del suo ascensore, mentre tornava dal supermercato. In passato era già stata vittima di un tentativo di avvelenamento.

Alla fine di novembre dello stesso anno la Russia era di nuovo al centro dell’attenzione internazionale: le impressionanti immagini dell’ex tenente colonnello dell’Fsb Aleksander Litvinenko che moriva in un letto di ospedale a Londra, e le interviste ai medici che tentavano di salvarlo da una malattia che non riuscivano a diagnosticare, facevano il giro del mondo.

Quella di Sasha Litvinenko era una storia che riportava alla memoria il clima delle guerre segrete del Novecento, quando le «spie che venivano dal freddo» (dal titolo di un celebre romanzo di John Le Carré) si aggiravano per l’Europa con aghi, penne, ombrelli e altri fantasiosi gadget con cui eliminavano i nemici del loro regime: storie che sembravano appartenere a un passato lontano e che invece ora riprendevano corpo attraverso la straziante agonia e l’atroce morte del defezionista Litvinenko che si era rifugiato in Inghilterra, dove avrebbe ottenuto la cittadinanza britannica poche ore prima di spegnersi.

La cronaca della sua lenta morte comincia il primo novembre di quel 2006 a Londra, quando intorno a mezzogiorno Aleksander Litvinenko, chiamato da amici e parenti con il diminutivo Sasha, incontra all’Hotel Millenium il suo ex collega dell’Fsb Andrei Lugovoi. Insieme bevono tè e parlano di affari. Con loro c’è un misterioso uomo di poche parole che, come Litvinenko raccontò agli investigatori in ospedale, si presenta semplicemente come Vladimir.

Per pranzo quel giorno Sasha andò più tardi all’Itsu, un sushi bar di Piccadilly, dove aveva dato appuntamento all’italiano Mario Scaramella, consulente di una Commissione parlamentare italiana (la Mitrokhin) che investigava sulle reti del Kgb in Italia ai tempi della guerra fredda. Scaramella avrebbe promesso a Litvinenko informazioni sull’omicidio della Politkovskaya, anche se si ignora quali fossero queste informazioni. Il pomeriggio, sempre all’Hotel Millenium, ma nel vasto Pine Bar del piano terra, Litvinenko incontra molti russi di passaggio a Londra per un’importante partita di calcio e fra questi anche un altro ex collega, Dmitry Kovtun, che è al suo secondo viaggio a Londra, dove ha già incontrato Litvinenko insieme a Lugovoi.

Già verso sera Litvinenko iniziò a star male. Si sentiva debole, senza forze, preda di una crescente nausea. Poi iniziò a vomitare. Secondo le cronache dei giornali inglesi al vomito incessante si era aggiunta una diarrea che non gli dava tregua. Sasha e la moglie Marina avevano pensato inizialmente a una forma influenzale intestinale molto comune in quel periodo a Londra. Ma non lo era, la salute di Litvinenko peggiorava e al terzo giorno di malattia decise di ricoverarsi al Barnet General Hospital. I medici lo sottoposero a tutte le analisi e i controlli possibili, ma senza riuscire a formulare alcuna diagnosi, ipotizzando una forma inconsueta di gastroenterite acuta.

Quando le condizioni dell’ex tenente colonnello si aggravarono ulteriormente, i medici del Barnet General Hospital gettarono la spugna e il 17 novembre lo fecero trasferire all’University College Hospital. Il paziente non migliorò: pallido, smagrito, aveva perso tutti i capelli e in due settimane quel giovane atletico e in perfetta salute sembrava invecchiato di vent’anni.

I suoi organi, fegato, reni, milza uno alla volta smisero di funzionare, come se una mano crudele staccasse una dopo l’altra le spine della vita. Il 22 novembre fu collegato a un apparecchio di respirazione artificiale. I medici continuavano a non capire: il sistema immunitario del loro paziente era ormai al collasso e non sapevano cosa lo stesse uccidendo. Erano sicuri che c’era da qualche parte una sostanza che gli stava avvelenando le cellule, una per una. Ma quale? Cosa poteva uccidere in modo così inspiegabile un uomo di quarantatré anni che fino a pochi giorni prima godeva di ottima salute?

In un primo momento venne considerata l’ipotesi che fosse stato avvelenato con del tallio radioattivo, poiché furono trovate le tracce di questo metallo nel suo sangue. Il tallio, che viene usato come veleno per topi, fu l’elemento che mise in allarme Scotland Yard: il malato aveva gridato con tutte le sue forze di essere sicuro di aver subito un avvelenamento da parte del Kgb, ma fino alla scoperta del tallio i medici avevano liquidato quelle certezze come fantasie di un uomo che aveva avuto troppo a che fare con lo spionaggio. Quel che apparve sicuro fu che il tallio potesse essere messo in relazione con un tentativo di omicidio: e fu infatti a causa della presenza, pur marginale, di quel metallo che Scotland Yard entrò in scena interrogando Litvinenko, il quale ricostruì per gli investigatori la giornata del primo novembre quando, poco dopo cena, si erano manifestati i primi sintomi. Quello che né Litvinenko né gli uomini di Scotland Yard ancora sapevano, come del resto neanche i medici, era che l’isotopo radioattivo polonio-210 (il vero veleno usato per uccidere l’ex ufficiale russo) è sempre accompagnato da scorie di tallio a causa della procedura di laboratorio con cui viene prodotto.

Litvinenko aveva comunque capito di non avere speranza e che la lunga mano del Kgb, comunque si chiamasse ora, lo aveva raggiunto anche in Inghilterra, cosa che aveva detto fin dal terzo giorno della sua agonia, riconoscendo i sintomi che aveva studiato all’Accademia del Kgb a Mosca: sapeva fin troppo bene come lavoravano i suoi ex colleghi.

Era stato proprio lui, Aleksander Litvinenko, a dirmi per telefono da Londra che il tentativo di avvelenare Yushchenko era stato sicuramente il risultato di una cooperazione tra servizi segreti ucraini e russi: «Il veleno per il Kgb è un’arma molto comune» aveva aggiunto. Aveva dunque ben capito che era arrivato il suo turno.

Due giorni prima di morire, il 21 novembre, dettò al suo amico Aleksandr Goldfarb una straziante lettera-testamento che commosse tutto il mondo (era troppo debole per scrivere e faceva fatica a parlare), in cui accusava Putin di averlo ucciso rivolgendosi a lui con queste parole: «Forse riuscirai a farmi stare zitto, ma il silenzio avrà un prezzo. Ti sei mostrato barbaro e spietato come ti avevano descritto i tuoi critici più ostili. Hai dimostrato di non aver rispetto per la vita, la libertà o qualsiasi valore civile. Hai dimostrato di non esser degno della carica che occupi e della fiducia di uomini e donne civili. Puoi riuscire a far tacere un uomo ma, signor Putin, le urla di protesta provenienti da tutto il mondo echeggeranno nelle tue orecchie per il resto della tua vita. Che Dio ti perdoni non solo per quello che hai fatto a me, ma all’amata Russia e alla sua gente».

Parole simili Litvinenko le aveva usate un mese prima, quando aveva esplicitamente accusato Putin di avere ordinato l’omicidio della sua amica Anna Politkovskaya.

I medici, per identificare il tipo di veleno, avevano intanto inviato un campione delle urine di Litvinenko al Britain’s Atomic Weapons Establishment e là i tecnici di laboratorio si erano imbattuti nelle inconsuete radiazioni alfa, generalmente emesse soltanto da una rara sostanza: l’isotopo polonio-210. Verso le sei di sera del 23 novembre fu raggiunta in laboratorio la prova che Litvinenko fosse stato avvelenato proprio con questa sostanza che si produce in grandi quantità solo in un centro militare di fisica nucleare russo, essendo la Russia l’ultimo Paese al mondo a usarlo come innesco per le armi atomiche.

Ma Sasha era già morto quando arrivò il risultato delle analisi: il giorno precedente aveva avuto un primo attacco cardiaco e il suo cuore si era arrestato definitivamente alle nove di sera, qualche ora prima che ai medici giungesse la notizia. «Solo tre ore dopo la sua morte si è saputo cosa avevano usato per ucciderlo. Quando Sasha è morto i medici ci hanno chiamato: io, la moglie, il figlio, il padre e gli stessi medici eravamo tutti lì accanto a lui, senza alcuna protezione, perché nessuno di noi sapeva che fosse stato ucciso con una sostanza radioattiva e dunque ignoravamo il pericolo che stavamo correndo» mi racconta l’ex comandante di campo ceceno Akhmed Zakayev, che era un caro amico, oltre che vicino di casa, di Litvinenko e che fu vicino a lui e alla sua famiglia durante tutta la tragedia.

«I medici mi hanno chiamato quella stessa notte dopo l’una e mi hanno detto di farci trovare tutti in ospedale alle tre del mattino. Risposi che la moglie Marina e il figlio Tolia dormivano già e che erano spossati. Mi dissero soltanto che quando saremmo arrivati avremmo capito: avevano la prova che il corpo di Sasha era pieno di polonio e lo avevano isolato dal resto dell’ospedale, chiuso in una bara ermetica, la stessa in cui lo hanno sepolto» ricorda Zakayev.

«Mio figlio è stato ucciso da una piccola bomba nucleare » disse il padre di Litvinenko, Walter, subito dopo la morte di Sasha. E aveva ragione. Il corpo di Litvinenko era talmente contaminato che gli anatomopatologi avevano dovuto indossare tute ermetiche e respiratori per evitare l’esposizione alle radiazioni.

Il polonio è un elemento raro, ma del suo isotopo 210 vengono prodotte discrete quantità in Russia, mentre in Occidente se ne producono soltanto quantità infinitesime come fonte di radiazione alfa per la ricerca scientifica. È dunque una sostanza che può essere prodotta solo da laboratori altamente specializzati e la cui freschezza può essere facilmente verificata in base alla quantità di piombo che l’accompagna, perché il polonio decade rapidamente in piombo. Il polonio ha un aspetto solido ed è innocuo a contatto con la superficie del corpo, ma se ingerito è venti volte più distruttivo dei raggi gamma emessi dal tallio. Mentre i raggi gamma possono penetrare sia l’acciaio sia i tessuti umani, le radiazioni alfa del polonio non attraversano neppure un sottile foglio di carta né l’epidermide umana. Ma se viene ingerito, inalato o assorbito attraverso una ferita, attacca prima di tutto le cellule che producono sangue, il midollo e la milza, precipitando la vittima in una letale anemia che poi distrugge tutti gli organi maggiori.

Quando pensavano ancora che il veleno fosse il tallio i medici avevano chiesto al fratello di Litvinenko, Maxim, se era disposto a donare del midollo spinale. È sufficiente una minima quantità di polonio-210, appena qualche microgrammo, per uccidere una persona, ma coloro che volevano eliminare Litvinenko non avevano badato a spese: secondo le fonti citate dal giornale inglese «The Guardian», Litvinenko avrebbe ingerito una dose sufficiente a uccidere cento persone, e per acquistarla sul mercato i suoi assassini avrebbero dovuto spendere circa trenta milioni di euro.

Gli esperti hanno poi reso noto che sono necessari molti giorni perché un reattore possa produrre la quantità di polonio che fu somministrata a Litvinenko. I killer volevano essere certi che si trattasse di una dose mortale ed erano sicuri che nessuno sarebbe stato in grado di identificare il polonio-210, che ha un tempo di dimezzamento complessivo di quattro mesi circa e comincia subito a decadere, appena prodotto. Dal fatto che nel sangue di Litvinenko non ci fosse alcuna traccia di piombo, Scotland Yard dedusse che il polonio-210 usato per ucciderlo era appena uscito dai laboratori militari che lo avevano prodotto.

Gli investigatori inglesi ritengono che Litvinenko sia stato avvelenato la mattina del primo novembre, all’Hotel Millenium, nella stanza di Andrei Lugovoi, e che il polonio gli sia stato somministrato da un apposito contenitore nucleare e sciolto, sotto forma di gel, nella tazza di tè che poi bevve durante l’incontro. Litvinenko non si accorse di nulla, anche se poi ricorderà di aver avvertito uno strano sapore.

Lugovoi e Kovtun negarono entrambi di aver avuto a che fare con l’omicidio anche se tracce di polonio furono trovate in tutti i luoghi in cui i due si erano recati prima ancora di incontrare Litvinenko, nel loro viaggio da Mosca a Londra. Vista l’alta tossicità del veleno appare bizzarro che i due lo abbiano maneggiato con tanta spensierata disinvoltura, a meno che non fossero stati costretti a esercitarsi al suo uso (come è sempre stata prassi costante nel Kgb) sporcandosi superficialmente solo da uno strato impalpabile come il borotalco. Anche le tazze e la tovaglia usate per servire il tè erano contaminate, come la porta della toilette.

La protezione civile britannica fece sequestrare e distruggere tutte le suppellettili contaminate, trattandole a tutti gli effetti come scorie nucleari. Sette camerieri del Millenium che erano venuti a contatto con il veleno furono tenuti in osservazione. In un primo momento, prima cioè che Scotland Yard giungesse alla conclusione che Litvinenko aveva bevuto il tè avvelenato nella stanza di Lugovoi fra mezzogiorno e l’una, era accreditata la versione secondo cui l’ex ufficiale sarebbe stato avvelenato molte ore dopo nel Pine Bar dello stesso albergo, dove era andato a trovare (ormai già radioattivo e pieno di veleno) gli amici russi e le loro famiglie che stavano per recarsi allo stadio.

In realtà, secondo l’inchiesta di Scotland Yard, al Pine Bar non ci fu alcun avvelenamento perché il delitto era stato ormai compiuto. Fecero comunque sensazione le dichiarazioni di un cameriere che aveva trovato molto sospetto il comportamento di alcuni russi quel pomeriggio. Quest’uomo, Norberto Andrade, ricorderà, come riportato il 15 luglio 2007 sul «Telegraph»: «Stavo servendo gin e tonic al tavolo, ma cercavano di ostacolarmi. Non riuscivo a capire che cosa stesse succedendo, ma ebbi l’impressione che stessero cercando di impedirmi di appoggiare il bicchiere sul tavolo. Fu allora che avvertii una tensione ostile e capii che stava succedendo qualcosa di strano. Ho pensato più tardi che in quel momento avessero mescolato il polonio nella teiera. Fu poi trovato del polonio sul quadro che stava sopra la sedia su cui si era seduto Litvinenko e anche sul tavolo e il pavimento, tanto che mi ero fatto l’idea che fosse stato usato uno spray».

Dopo che i russi lasciarono il bar, Andrade notò che il residuo del tè contenuto in una delle tazze aveva uno strano aspetto: «Più giallo e denso del solito. Lo raccolsi dal lavandino e lo buttai nella spazzatura: per fortuna non mi misi le mani in bocca e non mi toccai gli occhi, altrimenti avrei ingerito il veleno» racconta l’uomo.

Tracce di polonio furono successivamente trovate negli aerei che Lugovoi e Kovtun avevano preso, nei taxi su cui avevano viaggiato e in tutti i luoghi in cui erano stati prima di incontrare Litvinenko.

Chi era questo Lugovoi? Fra gli esuli di Londra era una vecchia conoscenza: come ex capo del servizio di sicurezza degli studi televisivi Ort ai tempi in cui questa era nelle mani di Boris Berezovsky, aveva conservato un rapporto di cordialità con quest’ultimo che era e resta il più potente oppositore di Putin in esilio. E Lugovoi, il giorno prima dell’incontro con Litvinenko all’Hotel Millenium, era andato a trovare proprio il suo ex capo in ufficio, dove poi gli investigatori hanno rinvenuto abbondantissime tracce di polonio: «Avevamo bevuto una bottiglia di vino insieme e lui ha lasciato tracce dappertutto. Mi ha contaminato l’ufficio» mi raccontò lo stesso Berezovsky.

A Londra Lugovoi e Kovtun avevano risieduto in hotel diversi, erano andati al ristorante e poi, come tutti i russi quella sera, allo stadio per la partita Arsenal e CSKA Moskva, quando Litvinenko, tornato a casa, cominciava ad avvertire i primi sintomi di nausea. Furono trovate tracce contaminate del loro passaggio in decine di luoghi della città, tracce che avevano coinvolto circa duecento persone, ciascuna delle quali aveva dovuto farsi visitare da uno specialista. I luoghi contaminati dovettero essere chiusi e sottoposti a decontaminazione.

Lugovoi e Kovtun erano arrivati insieme a Londra una prima volta il 16 ottobre. Kovtun era poi tornato a Mosca, dove il 28 ottobre aveva preso un volo Aeroflot per Amburgo. Il primo novembre (il giorno del tè con Litvinenko) da Amburgo era ritornato nella capitale inglese. Ad Amburgo la polizia tedesca ha trovato tracce di polonio nel taxi che Kovtun aveva preso, nell’appartamento della sua ex moglie dove aveva dormito, nei documenti che l’uomo aveva dato all’ufficio immigrazione tedesco e nella casa fuori Amburgo della sua ex suocera.

In questa complicata vicenda si inserì anche Scaramella, che temeva di essere, come Litvinenko, vittima di un complotto internazionale. Secondo il rapporto di Scotland Yard fu Litvinenko durante il pranzo al sushi bar a raccomandare all’italiano di guardarsi le spalle, assicurandogli che lo avrebbe protetto. Scaramella dopo un altro giorno a Londra, durante il quale apprese dalla moglie Marina che Litvinenko stava molto male e non poteva incontrarlo di nuovo, tornò in Italia quando ancora nessuno sapeva che Litvinenko era stato avvelenato.

Dopo alcune settimane, il consulente della Commissione Mitrokhin volò di nuovo a Londra su invito di Scotland Yard per ricostruire la giornata del primo novembre e le autorità sanitarie inglesi ne ordinarono il ricovero per un controllo urgente. Portato in ospedale, Scaramella ebbe paura di essere stato avvelenato anche lui e in effetti in un primo momento furono trovati dei valori anomali.

Secondo una pretesa intervista a Litvinenko pubblicata dopo la sua morte, Scaramella avrebbe cercato di convincerlo a dichiarare che Romano Prodi era stato un agente del Kgb. (4) In realtà era stato proprio Aleksander Litvinenko sei mesi prima a registrare a Roma una lunga intervista in video in cui riferiva che il suo superiore generale Anatoli Trofimov (poi assassinato) gli aveva detto che Prodi era «un nostro uomo».

Questo era accaduto nel mese di aprile del 2006.

La scelta del polonio indica che l’assassinio di Litvinenko non era stato organizzato da semplici killer, ma da professionisti dei veleni. Infatti, nonostante la sua tossicità il polonio è un’arma che può essere facilmente trasportata senza il rischio di essere scoperti perché le particelle alfa emesse dall’isotopo possono essere bloccate da un semplice pezzo di carta e nessun sensore di radioattività di nessun aeroporto le capterà (peraltro i sensori degli aeroporti captano soltanto onde gamma e non alfa).

«Chi ha pianificato questo complicatissimo delitto era sicuro che nessuno sarebbe riuscito a identificare il veleno. Ma aveva fatto due errori: non aveva tenuto conto dell’ottima salute di Sasha, che lo fece resistere più del previsto, e del fatto che l’omicidio avveniva in Inghilterra dove gli investigatori sono estremamente tenaci e dunque sarebbero prima o poi riusciti a identificare la sostanza. Gli assassini pensavano che Sasha sarebbe morto molto prima, vista la dose che gli avevano somministrato, e che gli inglesi non sarebbero mai riusciti a capire come» dice l’ex comandante ceceno Zakayev che accompagnò a casa Litvinenko la sera del primo novembre con la sua Mercedes, poi distrutta perché risultava altamente contaminata.

Lugovoi e Kovtun erano vecchi compagni di scuola ed entrambi avevano lavorato per Berezovsky. Lugovoi ha ora un’agenzia di sicurezza a Mosca, Kovtun una compagnia di consulenze che aiuta le ditte straniere a investire in Russia.

Per gli investigatori inglesi l’indiziato principale dell’omicidio di Litvinenko è Lugovoi, mentre Kovtun sarebbe stato soltanto un complice. La Gran Bretagna chiese alla Russia l’estradizione di Lugovoi per processarlo per omicidio. La Russia rispose negativamente, sostenendo che la Costituzione non permette di consegnare un cittadino a uno Stato straniero. Sia Lugovoi sia Kovtun hanno ammesso di aver incontrato Litvinenko all’Hotel Millenium (Kovtun soltanto nel pomeriggio, quando Sasha era già stato avvelenato) ma si sono sempre dichiarati innocenti, sostenendo addirittura che fu Litvinenko a tentare di ucciderli.

Questa stravagante versione fu avanzata dagli investigatori russi, secondo i quali il povero Sasha avrebbe dato a Lugovoi una carta Sim con ricarica contaminata dal polonio. Tutte le autorità russe si mobilitarono per sostenere l’innocenza di Lugovoi e la paradossale colpevolezza di chi era stato assassinato.

Il viceprocuratore Aleksandr Zvyagintsev si lamentò nel luglio del 2007, nel corso di una conferenza stampa a Mosca, del fatto che i russi non avessero avuto il permesso di ispezionare la casa di Berezovsky, gli aeroporti e gli alberghi londinesi, perché secondo gli inglesi «la cosa non era importante per le indagini».

Lugovoi fu trasformato rapidamente in un eroe nazionale, difeso dai politici vicini al Cremlino. Nel dicembre del 2007 il controverso leader dell’ultranazionalista Partito liberaldemocratico, Vladimir Zhirinovsky (noto per essere un fedelissimo del Cremlino), candidò Lugovoi nelle liste del suo partito, sicché l’uomo accusato d’omicidio in Inghilterra fu trasformato in un rispettabile deputato. Zhirinovsky voleva addirittura candidarlo a sindaco di Sochi, la città del Mar Nero dove si terranno i giochi olimpici invernali nel 2014, ma all’ultimo momento, e forse dopo una telefonata del Cremlino, Lugovoi annunciò di voler restare un «semplice deputato».

In una conferenza stampa a Mosca, affiancato da Kovtun, aveva dichiarato nel suo russo militaresco da guardia del corpo, che Litvinenko lavorava per i servizi segreti inglesi e in quella veste gli aveva chiesto di raccogliere informazioni sul presidente Putin, ma lui si era rifiutato. A ucciderlo, aggiunge, era sicuramente stato Berezovsky per ordine dell’intelligence britannica. L’Inghilterra, tornata forzatamente ai tempi della guerra fredda, nel luglio del 2007 espulse quattro diplomatici russi e la Russia fece altrettanto con i membri dello staff dell’ambasciata inglese di Mosca. La stampa britannica non parlava d’altro. I giornalisti chiedevano al governo di Londra di assumere una posizione più forte nei confronti di quello che chiamavano il «regime criminale» di Putin. I media russi (in particolare quelli schierati con il Cremlino) rincaravano la dose sottolineando l’«ipocrisia» degli inglesi che pretendevano che la Russia violasse la Costituzione per estradare Lugovoi, quando invece la Gran Bretagna aveva rifiutato per ben ventun volte la richiesta di estradizione proveniente da Mosca per Berezovsky.

Al G8 di Heiligendamm, in Germania, nel giugno del 2007, il premier britannico Tony Blair affrontò Putin personalmente, facendogli notare quanto il comportamento di Mosca preoccupasse l’Occidente. Putin lo snobbò e gli rispose con dure parole solamente durante una conferenza stampa, chiamando le pretese inglesi di estradizione di un cittadino russo «stupide» e «folli». «La Gran Bretagna ha permesso a un grosso numero di delinquenti e terroristi di vivere nel proprio territorio mettendo in pericolo la vita e la salute del Paese. Ora deve assumersene tutte le responsabilità».

Nel settembre del 2007 l’escalation di tensione arrivò a livelli armati da guerra fredda: quattro tornado della Royal Air Force si alzarono in volo per intercettare otto bombardieri strategici russi che si avvicinavano a tutta velocità allo spazio aereo del Regno Unito. Il Ministero della Difesa britannico fece poi sapere che non c’era stato sconfinamento da parte dei bombardieri russi. Ma fonti anonime dichiararono ai media che i russi avevano invertito bruscamente la rotta e si erano dileguati solo dopo aver visto i tornado. I due Paesi sembravano essere arrivati a un punto di non ritorno. Già nel 2009 il segretario degli Affari esteri del Regno Unito David Miliband andò in visita ufficiale a Mosca in segno di distensione, lasciando intendere che la Realpolitik aveva prevalso sull’indignazione per l’omicidio di un cittadino inglese su territorio inglese.

In fondo, si diceva, anche l’Inghilterra, come tutta l’Europa, aveva un grande interesse per il gas russo e la Russia sapeva, come un giorno mi ha detto un alto ufficiale del Cremlino, che «tutti abbaiano un po’ e poi si calmano». Anche gli investigatori tedeschi che avevano aperto un’indagine su Kovtun perché sospettavano che l’uomo avesse importato illegalmente nel loro Paese materiale radioattivo fecero cadere tutte le accuse alla fine del 2009, per mancanza di prove.

Così tuttora, nonostante le proteste della moglie di Litvinenko, Marina, l’assassinio dell’ex ufficiale dell’Fsb rimane impunito, come quello di Anna Politkovskaya e di tanti altri.

La prima domanda che mi venne in mente quando incontrai Lugovoi alla conferenza stampa nell’ufficio dell’Interfax fu: come mai una missione così delicata sarebbe stata affidata proprio a lui?

Lugovoi sembrava quel che era: una guardia del corpo abituata a proteggere e ad eseguire gli ordini, ma incapace di pianificare e mettere in atto da solo una missione complessa come quella di avvelenare a Londra un altro agente. Litvinenko, raccontano sia Zakayev sia Berezovsky, sapeva di rischiare la vita ed era sempre in allerta. Che Lugovoi non sapesse maneggiare i veleni si era visto da tutte le tracce che aveva lasciato dietro di sé. Ma una persona che sa di trasportare un veleno come il polonio, o qualsiasi altro veleno letale, è veramente così avventata da toccarlo e lasciare tracce dappertutto?

Diversi agenti credono che sia Lugovoi sia Kovtun fossero solo pedine in un gioco molto più grande. Avevano il compito di contattare e distrarre Litvinenko e di far scattare un piano di emergenza nel caso in cui il tentativo di avvelenamento fosse fallito. Lugovoi conosceva Litvinenko e aveva organizzato l’incontro tra lui e Kovtun.

Prima del famoso tè al Millenium i tre si erano già incontrati. Pertanto quando Lugovoi portò una nuova persona, Vladimir, il primo novembre Litvinenko non ebbe alcun sospetto, spiega l’ex agente del Gru Volodarsky. «Litvinenko sul letto di morte parlò del sedicente Vladimir, descritto come una persona taciturna che si era soltanto presentata con quel nome. Poteva essere russo, come di qualsiasi altra origine. Anche l’agente Piccadilly, quello che aveva ucciso il giornalista Markov, non era né bulgaro, né russo. Sicuramente Vladimir era l’agente principale. Quello che dirigeva la missione. Rintracciarlo è quasi impossibile. Di solito in operazioni del genere un agente entra nel Paese in cui deve compiere la sua missione provenendo da un terzo Paese, e ogni volta che attraversa la frontiera usa un documento diverso (in ambasciata c’è sempre un funzionario che gli fornisce i documenti di identità). Potrebbe aver lasciato l’Inghilterra per l’Austria e da lì essere andato in Finlandia e poi a Mosca. Sempre usando documenti diversi» ipotizza Volodarsky.

Anche la polizia britannica prende in considerazione questa versione e sembrerebbe che l’uomo che ha avvelenato Litvinenko sia arrivato a Londra da Amburgo nello stesso volo di Kovtun. Le telecamere dell’aeroporto di Heathrow lo avrebbero filmato, ma poi l’individuo è sparito senza lasciare tracce.

«Un agente ha bisogno di minimo sei mesi per lavorare con il polonio e Lugovoi non è stato addestrato per questo. Di solito nei servizi segreti di tutto il mondo, quando si prepara un’operazione, questa viene provata diverse volte (era ciò che facevo anch’io in passato). Alla fine si fa il test: una prova, cioè, in cui l’agente usa la vera arma con cui deve uccidere. Se si deve usare una pistola, la si testa realmente carica di pallottole, e se si tratta di veleno, si fanno le prove maneggiando il vero veleno. Questo perché l’agente deve avvertire la sensazione del pericolo. Kovtun e Lugovoi avevano fatto questo test finale, ma non era stato detto loro che stavano lavorando con il polonio e per questo si sono imbrattati. Hanno lasciato tracce nell’aereo che avevano preso da Mosca perché il test finale era avvenuto a Mosca ed è lì che si sono impiastricciati. Kovtun s’era persino toccato il viso» spiega Volodarsky.

In un’intervista al «Moskovsky Komsomolets» Lugovoi nega categoricamente che all’incontro con Litvinenko ci fosse anche una terza persona e dice che numerosi testimoni possono confermarlo.

Trepashkin, l’agente arrestato prima che portasse in tribunale le prove del coinvolgimento dell’Fsb negli attentati ai palazzi di Mosca, mi ha raccontato che l’Fsb aveva cercato di fargli svolgere inconsapevolmente il ruolo di Lugovoi:

Mi avevano chiesto a nome dell’Fsb di andare a Londra e incontrare Litvinenko. Mi avevano detto che non riuscivano a trovarlo, l’indirizzo che avevano non corrispondeva al luogo dove viveva. Io avrei dovuto incontrarlo e poi altri agenti lo avrebbero seguito per capire cosa facesse in realtà, quali fossero i suoi contatti. All’inizio pensai che avessero chiesto a Lugovoi la stessa cosa, ma poi ho parlato con persone a lui vicine e ho cambiato idea: adesso penso che Lugovoi sia realmente l’assassino, ma non quello che ha organizzato la missione. Lui è soltanto un piccolo anello della catena.

Ma perché Putin avrebbe voluto liberarsi di Litvinenko? L’agente aveva scritto un libro che lo accusava di essere l’artefice delle esplosioni di Mosca e di aver provocato la guerra in Cecenia per conquistare il potere. Prima di morire, come abbiamo detto, l’aveva anche accusato d’esser stato il mandante dell’omicidio di Anna Politkovskaya. Accuse pesanti, che avevano avuto risonanza in Occidente, ma non in patria. La Russia quando l’agente morì era già totalmente sotto il controllo di Putin e le parole di Litvinenko non avrebbero potuto cambiare le cose. Litvinenko poi mancava da tanto dal suo Paese e le informazioni che aveva riguardo all’Fsb erano ormai superate. Anche quando vi lavorava non aveva mai avuto accesso a informazioni top secret che potessero danneggiare il Cremlino. Secondo Trepashkin, era stato ucciso affinché tacesse sull’Urpò.

Litvinenko aveva scritto di questo dipartimento dell’Fsb per il quale aveva lavorato, ma non aveva detto tutto quello che sapeva, non aveva cioè descritto nei dettagli gli omicidi di cittadini russi eseguiti da questa sezione. «L’Urpò ha seminato cadaveri ovunque, lo so per certo e anche Litvinenko ha avuto paura a scrivere fino in fondo tutto quel che sapeva. Era una spetssluzhba nella spetssluzhba che si occupava di elaborare piani per eliminare fisicamente persone che venivano indicate dal capo dell’Fsb e dello Stato» spiega Trepashkin.

Ma, secondo quanto racconta un agente che ha importanti contatti con alti ufficiali dell’Fsb molto vicini al Cremlino, l’uccisione di Litvinenko e quella della Politkovskaya erano state commissionate dai clan di potere (5) del Cremlino per ricattare Putin:

I clan che hanno aiutato Putin erano in guerra fra loro per il controllo degli affari, che si contendevano a vicenda. La fine del secondo mandato di Putin si avvicinava e ancora non erano riusciti a trovare l’erede al trono e Putin non aveva idea di chi proporre. I siloviki erano furiosi perché erano stati loro a organizzare la sua elezione e a eliminare i suoi nemici. E adesso Putin si rifiutava di rendere il favore offrendo garanzie concrete. E così hanno ucciso Anna Politkovskaya e Aleksander Litvinenko per dimostrare a Putin quanto erano capaci di fare, a mo’ di avvertimento. Il polonio è una sostanza che soltanto un governo può fornire, non è un veleno qualsiasi. E secondo me sono stati proprio loro, i siloviki, a suggerire agli inglesi che cosa cercare. A quel punto i servizi segreti britannici hanno capito che lo Stato russo era responsabile di un attacco terroristico atomico nella loro capitale: lo Stato, e non i clan di potere. Per gli inglesi è sempre stato difficile decifrare gli intrighi in un Paese dominato dai servizi segreti. Per i nostri siloviki fu come prendere due piccioni con una fava: ricordare a Putin i favori che gli avevano fatto, costringendolo ad agire come volevano loro. Ma sapevano anche che se i rapporti con un Paese occidentale si deterioravano, loro avevano tutto da guadagnarci: la Russia si sarebbe chiusa sempre di più e in un Paese isolato il potere degli spetssluzhby non può che aumentare. Putin capì benissimo la situazione: era uno di loro e sapeva che provocazioni del genere fanno parte del gioco.

Il polonio, afferma l’agente, era stato usato all’estero per la prima volta con Litvinenko, ma in patria era già stato sperimentato per eliminare gente che dava fastidio a Putin. Per esempio nel settembre del 2004, a San Pietroburgo, all’età di quarantadue anni morì un certo Roman Tsepov che aveva un’agenzia di sicurezza: i suoi agenti avevano protetto l’ex sindaco di San Pietroburgo Anatoly Sobchak e il vicesindaco Vladimir Putin:

Tsepov era molto legato a Putin da quei tempi e risolveva per lui questioni delicate. Aveva ottimi legami con un importante gruppo del crimine organizzato e lavorava sempre ai margini della legalità. Anche quando Putin diventò presidente, Tsepov seguitò a risolvere per lui faccende spinose: era lui, per esempio, che portava materialmente i soldi dei “tributi” degli imprenditori di San Pietroburgo agli agenti dell’Fsb di Mosca.

Nel settembre del 2004 Tsepov andò nella capitale russa, ma al ritorno si sentì male e poi peggiorò, seguendo più o meno le stesse tappe dell’agonia di Litvinenko: «Era come se fosse stato avvelenato senza un veleno. Come se il suo sistema immunitario all’improvviso si fosse spento» raccontò alla stampa il suo medico Pyotr Pirumov.

«Nel caso di Tsepov il veleno non è stato trovato e la morte è rimasta misteriosa» spiega l’agente, che propone la sua analisi su quella morte:

Quando Putin salì al potere, Tsepov si sentiva ancora molto importante. Il problema era che non lavorava più per un vicesindaco, ma per il presidente in persona. A poco a poco aveva iniziato a sentirsi troppo forte e aveva preso troppe iniziative di testa sua. Non si rendeva conto che avrebbe dovuto cambiare registro, essere meno visibile, e invece cominciò a produrre film, a sponsorizzare giornalisti, e infine si era intromesso nell’affare Yukos pretendendo di fare da mediatore tra Putin e Khodorkovsky, argomento su cui iniziò anche a rilasciare interviste alla stampa. Poi all’improvviso muore, e addio. Secondo me è stato ucciso perché si era troppo allargato nel suo ruolo. È morto come Litvinenko, ma qui nessuno ha fatto le analisi per cercare il polonio. Anche nel caso di Litvinenko il veleno non sarebbe mai stato identificato se qualcuno non avesse detto agli inglesi che cosa cercare.

Secondo Zakayev, il leader ceceno amico di Litvinenko che vive in esilio a Londra, sotto Putin sono stati numerosi i ceceni morti avvelenati. Per esempio, il comandante di campo Lecha Islamov è morto in prigione nel 2004 dopo aver bevuto un tè con degli agenti dell’Fsb:

Lecha era stato condannato a nove anni. Gli agenti dell’Fsb avevano cercato di farlo passare dalla parte del comandante filo-russo [Akhmad] Kadyrov, ma lui non accettò. Gli agenti allora gli dissero: «Ok, pazienza, beviamoci un tè». Bevvero il tè e Lecha cominciò a star male, perdendo i capelli come Sasha e poi la pelle. La moglie, quando si recò in visita, rimase inorridita e non sapeva cosa gli stesse succedendo.

A marzo del 2002 l’allora direttore dell’Fsb Nikolai Patrushev annunciò in grande pompa che il suo servizio era riuscito a eliminare il comandante di origine araba Khattab: avevano arruolato un messaggero che Khattab conosceva bene e, tramite costui, gli avevano fatto recapitare una lettera avvelenata. Khattab morì dopo qualche giorno: «Khattab, come tutti gli orientali, mangiava con le mani: aprì la lettera, poi mangiò e ingerì il veleno. I sintomi erano gli stessi di Sasha. Patrushev, quando gli hanno chiesto che tipo di veleno avessero usato per uccidere Khattab, ha detto che era un segreto. Rispose che era il loro know-how» ricorda Zakayev, che aggiunge: «Ora il know-how di Patrushev se ne va a spasso per l’Europa».

La morte di Shchekochikhin

Il volto sfigurato di Yushchenko e quello agonizzante di Litvinenko rafforzano ancora di più il sospetto che anche Yuri Shchekochikhin sia stato eliminato con un veleno. Anche lui, come Yushchenko e Litvinenko, si ammalò all’improvviso in un periodo importante della sua carriera: era deputato del partito socialdemocratico Yabloko e vicedirettore di «Novaya Gazeta», quindi parlamentare e giornalista, due professioni che svolgeva con uguale dedizione come «parti integranti» l’una dell’altra, così amava definirle. E di fronte alle ingiustizie sentiva di dover lottare usando sia la penna sia i mezzi, peraltro assai limitati in epoca putiniana, di cui disponeva come deputato.

Shchekochikhin lavorava per «Novaya Gazeta» dal 1996 e si era occupato soprattutto di giornalismo investigativo con inchieste sul conflitto ceceno, corruzione ai vertici di Stato, traffico di armi e crimine organizzato.

Nel 1999 aveva scritto il libro Schiavi del Kgb. Ventesimo secolo. La religione del tradimento, (6) in cui aveva raccolto le testimonianze di cittadini che durante il periodo sovietico erano stati costretti a diventare informatori del Kgb. Nell’introduzione a quel libro aveva scritto:

Il ventesimo secolo ha trasformato milioni di persone – non necessariamente malvagie per natura – in traditori del loro prossimo. All’inizio il loro tradimento era stato giustificato come una scelta coraggiosa, poi come una necessità civile, poi come routine legata al sistema e infine, proprio perché era parte del sistema, un’attività come un’altra. Anche i delatori più convinti – non parliamo poi dei milioni di Giuda costretti con la forza – erano prodotti del sistema, ovvero schiavi del Comitato di sicurezza dello Stato (Kgb). Ho cercato di dar loro la parola affinché alcuni venissero allo scoperto e spiegassero che cosa li aveva spinti ad accettare quel ruolo. Qualcuno – sì, ci sono stati anche quelli che hanno reagito così – mi diceva brutalmente: facevo bene perché quando si difende la patria tutti i mezzi sono buoni. Che dire di costoro? Dio li giudicherà, ma andando forse un po’ fuori tema ho voluto ricordare in questo libro anche quelli che hanno resistito, coloro che non sono mai diventati schiavi.

Nell’estate del 2003 Shchekochikhin era a Ryazan. Il giornalista-deputato faceva infatti parte della commissione parlamentare incaricata di far luce sugli attentati del 1999 e in questa cittadina a duecento chilometri da Mosca voleva intervistare proprio gli abitanti che erano riusciti a impedire che il proprio stabile saltasse in aria.

Fu allora che Shchekochikhin ebbe un malore improvviso. I sintomi sembravano all’inizio quelli di una forte influenza: febbre, mal di gola, dolori muscolari e la terribile sensazione che la pelle gli stesse bruciando addosso. Shchekochikhin tornò immediatamente a Mosca, dove il medico gli diagnosticò un’acuta infezione respiratoria di origine virale.

Ma la terapia non portò alcun miglioramento. Il 21 giugno il giornalista fu ricoverato con il viso coperto di pustole e la pelle raggrinzita che si staccava dal corpo come quella di un animale in muta. No, non era un’influenza. Inoltre, com’era accaduto a Litvinenko, i suoi capelli caddero, della sua folta chioma brizzolata non rimase nulla: in pochi giorni era diventato vecchissimo, e progressivamente polmoni, fegato, reni smisero di funzionare. Il 3 luglio la malattia colpì anche il cervello e Shchekochikhin morì.

Ufficialmente si disse che era stato vittima della sindrome di Lyell: una forte reazione cutanea in seguito all’assunzione di un farmaco che provoca gravi ustioni fino a danneggiare gli organi interni. Ma amici e colleghi ipotizzarono subito che Shchekochikhin fosse stato avvelenato. I giornalisti di «Novaya Gazeta» aprirono immediatamente un’inchiesta che tuttavia non portò a nulla di conclusivo. I medici interpellati non avevano dubbi sul fatto che una reazione del genere non avesse niente a che fare con la sindrome di Lyell, si trattava di qualcos’altro che però non riuscivano a decifrare. Colleghi e familiari chiesero inutilmente ai medici che avevano fatto l’autopsia un campione di capelli da sottoporre ad analisi, alla ricerca di tracce di veleno. E quando domandarono il risultato dell’autopsia si sentirono dire che era coperto da «segreto medico».

«Novaya Gazeta» scrisse che non fu fatta alcuna vera indagine sulla strana morte del deputato e che la procuratrice titolare del caso fu inaspettatamente promossa dalla procura di quartiere a quella di Mosca.

Un’altra stranezza, sottolineava il giornale, stava nel fatto che la tomba di Shchekochikhin fu posta per molto tempo sotto sorveglianza dalla polizia. Si temeva che qualcuno l’aprisse e prelevasse campioni biologici per farli analizzare?

Avevo incontrato Shchekochikhin tantissime volte alla Duma e mi aveva raccontato della difficoltà che le persone come lui dovevano affrontare tutti i giorni nella Russia putiniana. Era un uomo che amava bere e con il suo bicchiere di cognac in mano raccontava con grande passione le storie dei numerosi colleghi uccisi.

Prima della sua morte, oltre a occuparsi degli attentati del 1999, Shchekochikhin era diventato membro della commissione parlamentare per la lotta alla corruzione e dunque indagava su vicende che andavano dalla sparizione dei fondi statali per la Cecenia alla sottrazione di tecnologia militare dai magazzini del Ministero della Difesa.

Indagava anche sulla catena moscovita Tri Kita (7) di cui si è detto, sul contrabbando di mobili che coinvolgeva alti ufficiali della Lubyanka, nonché su un caso di riciclaggio attraverso una banca americana in cui erano coinvolti alti funzionari russi. A luglio sarebbe dovuto andare negli Stati Uniti per incontrare agenti dell’Fbi interessati ai possibili coinvolgimenti di americani nella vicenda. Ma era già morto.

Note

    1.  Aleksander Kouzminov, Nigel West, Biological Espionage: Special Operations Of The Soviet          And Russian Foreign Intelligence Services In The West, Greenhill Books, 2006.

  1. Boris Volodarsky, The KGB’s Poison Factory, From Lenin to Litvinenko, Pen & Sword Books, 2009.
  2. Quando Yushchenko sarà eletto presidente Chervonenko diventerà poi il suo ministro dei Trasporti.
  3. Scaramella è stato poi arrestato e accusato di traffico d’armi.
  4. Vedi il capitolo ottavo, Crimine e Fsb.
  5. Raby GB, XX vek. Religia predatelstva, izdatelsky dom «Fedorov», Moskva 1999.
  6. Vedi il capitolo ottavo, Crimine e Fsb.

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