Il Posto del Blues

Il Giornale della Musica

 

gip

Novembre 2013

IL POSTO DEL BLUES

Francesca Mereu

Bessemer, Alabama. L’unica fonte di luce in quell’intrico di stradine sterrate era quella della luna. I rami degli alberi mossi dal caldo vento estivo creavano figure tetre e minacciose. A un tratto, il frinire assordante delle cicale e il canto dei grilli s’interruppe per lasciare il posto alle dolci note del blues. Eravamo riusciti a trovare il Gip’s Place, uno degli ultimi juke joint d’America. Un tesoro ben nascosto nella periferia nera di Bessemer, a qualche decina di miglia da Birmingham.

Il Gip’s Place è un’istituzione da queste parti, e attira gli amanti del blues dal lontano 1952. Da quando, cioè, il musicista-operaio Henry Gipson − chiamato Mister Gip − aprì le porte del suo piccolo garage. «Volevamo un posto tranquillo per suonare il blues. Questo era adatto. Erano tempi duri quelli» racconta Mr. Gip riferendosi a quegli anni, quando nel sud vigevano leggi che imponevano una violenta segregazione alla popolazione di colore. I bar e i ristoranti erano segregati e nei locali i musicisti di colore non potevano suonare. Se si aveva la pelle nera bisognava stare molto attenti, perché bastava poco per finire nel mirino del ku klux klan. Mr. Gip, per esempio, fu picchiato dagli uomini del klan perché suonava il blues. Gli spezzarono le dita di una mano e l’allora giovane musicista poté riprendere a suonare solo dopo tre anni di duro esercizio e tanta forza di volontà.

E così, per sicurezza, il blues si suonava la notte nei capanni dei mezzadri, che si trasformavano in una sorta di club – i juke joint, appunto. Erano situati in aree lontane dai centri abitati, e soprattutto dalle orecchie del klan. In questi posti si esibivano artisti diversi che con chitarra e armonica in mano giravano per i vari juke joint portando la loro musica. «Suonavano il blues − racconta Mr. Gip − il vecchio blues, quello che veniva dal profondo dell’anima, che cantava il lavoro duro nei campi di cotone e la tristezza di essere schiavi».

Ed è proprio nei juke joint − locali senza nome o insegne − che questo genere musicale trovò il terreno fertile dove svilupparsi. Ma se prima questi posti erano troppo numerosi per esser contatti, col tempo, come morivano i proprietari, anche i juke joint chiudevano. E ora facendo uno sforzo di memoria Mr. Gip ne ricorda altri quattro come il suo sparsi tra il Mississippi, la Louisiana e il Tennessee.

Il tempo sembra essersi fermato al Gip’s Place. Il garage è quello del 1952. Le mura sono ancora dei fogli di compensato. Il tetto è un pezzo di lamiera. Le ampie finestre ritagliate artigianalmente sono chiuse d’inverno da spessi fogli di plastica. L’illuminazione è fatta da tantissime lucine di Natale, mentre le pareti sono letteralmente coperte da poster con ritratti di musicisti, locandine di concerti blues, e immagini di Gesù Cristo. Un miscuglio di sacro e profano che racconta sessanta anni di storia del blues e descrive l’anima del posto.

La porta che dà sul palco è decorata dagli autografi lasciati dai musicisti che si sono esibiti. E su questa piccola struttura di legno sono saliti personaggi come Muddy Waters, John Lee Hooker, Paul Butterfield, Bob Dylan, T-Model Ford e tanti, tanti altri. Una tradizione che si è conservata: ogni sabato sera infatti il palco è riservato alle migliori band del sud. Ad agosto è stato il turno di Leo “Bud” Welch, del Mississippi, e poi di Johnny No, band di Mobile (nel sud dell’Alabama), mentre Earl “Guitar” Williams con le sue chitarre ricavate, come si usava una volta, da vecchie scatole di sigari è ormai diventato un habitué. L’unica differenza rispetto al passato è che oggi al Gip’s Place si esibiscono musicisti bianchi e neri.

«Il colore della pelle qui non esiste» ci tiene a sottolineare Mr. Gip. A casa mia poco importa se uno è bianco, nero, o giallo, se è un ultralaureato o un operaio. Qui siamo tutti uguali, uniti dall’amore per il blues e dal timore di Dio». Le serate in questo juke joint iniziano con la preghiera (siamo in Alabama!) seguita poi dalle regole della casa: il colore della pelle non esiste, rispetta quello che ti sta accanto. Ma dopo le formalità è la musica a farla da padrona. Allora la piccola pista da ballo davanti ai minuscoli tavolini si riempie di bianchi e neri di tutte le età. Una scena rara in Alabama, dove nonostante la segregazione sia formalmente finita cinquanta anni fa, americani bianchi e afroamericani vivono ancora in mondi separati che difficilmente si incontrano. «Qui da Mr. Gip è diverso − mi dice Maggie che viene al Gip’s Place dalla fine degli anni Ottanta − I pregiudizi razziali si lasciano fuori dalla porta».

Al Gip’s Place non si paga il biglietto d’ingresso, ma si lascia un’offerta per la band. «Ognuno paga quello che può» spiegano Jeff Dunaway e Cindi McGee, che aiutano Mr. Gip ad organizzare le serate. Se si vuole bere o mangiare, bisogna portarselo da casa: «questo è un vero juke joint, non un bar» spiega Cindi McGee. Ed è proprio quest’atmosfera ad attirare i musicisti. «È un’esperienza diversa suonare qui. La gente si fa ore di macchina per arrivarci e viene per sentire la musica per starci tutta la notte, e non per farsi un drink con il blues di sottofondo. E poi c’è Mr. Gip», mi racconta The Rev, il solista dei Johnny No. Mr. Gip, alto e magro, ha il volto solcato dai profondi segni della vita. Porta sempre un panama a falde larghe. L’età? Sei anni fa, a ottantasei anni, ha smesso di contarla, mi dice sorridendo con il suo inglese popolare dalla dolce cadenza del sud. Da giovane ha fatto l’operaio nelle ferrovie e poi il becchino nel cimitero di Pine Hill, che anni fa si è comprato. Ora di giorno, quando non ha una tomba da scavare, ascolta i giovani che aspirano a suonare il blues. Gli dà consigli, gli mostra alcuni accordi. «Questo non è un semplice juke joint, ma una vera scuola di blues» ha detto una sera Earl “Guitar” Williams. Dal palco ha poi raccontato al pubblico quando da bambino, negli anni Sessanta, aspettava impaziente che Mr. Gip tornasse dal lavoro per suonare con lui la chitarra. «Grazie maestro!», gli ha cantato.

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